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Israele e l’accordo nucleare da riscrivere

Nel suo viaggio di marzo tra Francia, Germania e Austria, il capo di Stato maggiore israeliano Aviv Kochavi aveva già espresso chiaramente la posizione di Gerusalemme sull’accordo iraniano. Tornare a quello siglato nel 2015 dagli Usa, la sua posizione, sarebbe un pericolo per la sicurezza d’Israele e non solo. Al seguito del Presidente Reuven Rivlin, Kochavi aveva chiarito agli interlocutori francesi, austriaci e tedeschi che Israele è pronta a fare da sola e intervenire militarmente pur di impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Il generale ha inoltre ripetutamente invitato la nuova amministrazione degli Stati Uniti, guidata da Joe Biden, a proseguire con la politica delle sanzioni ed evitare qualsiasi riapertura a Teheran. Un invito non raccolto da Washington che in questi giorni è impegnata, insieme all’Europa, in difficili trattative trilaterali con il regime degli Ayatollah proprio sul nucleare. “Il pericolo che l’Iran ritorni, e questa volta con un imprimatur internazionale, a un percorso che gli permetterà di sviluppare un arsenale nucleare è alle nostre porte proprio oggi”, ha dichiarato il Primo ministro Benjamin Netanyahu in queste ore, in linea con gli avvertimenti di Kochavi. Ma in Israele c’è chi si interroga se questo sia l’approccio più utile.
In particolare, Ariel Levite, già vice direttore generale della Commissione israeliana per l’energia atomica dal 2002 al 2007, sul quotidiano Yedioth Ahronoth rileva che “la pressione per trovare un nuovo accordo con gli iraniani sta solo crescendo e Gerusalemme farebbe meglio a cercare di influenzare il negoziato con un dialogo pragmatico, ma fermo”. Per Levite non serve cercare di far saltare del tutto il tavolo delle trattative, perché non accadrà e quindi Israele rischia solo di perdere tempo. Gli Stati Uniti di Biden, la sua analisi, continueranno a cercare un’intesa con l’Iran. Ed è su di essa che si deve concentrare lo sforzo della diplomazia israeliana. “Non ha senso che Israele persista negli sforzi per seppellire qualsiasi tipo di dialogo con Teheran. – scrive Levite – Sarebbe molto meglio esigere l’attuazione di controlli ed equilibri per compensare i rischi che una tale mossa comporta”. L’editorialista cita la risoluzione 2231 delle Nazioni Unite, che chiede all’Iran di astenersi qualsiasi iniziativa legata a missili balistici in grado di trasportare testate nucleari. E chiede anche la piena trasparenza e l’ispezione rigorosa dei suoi impianti nucleari e prevede sanzioni per qualsiasi violazione (che l’Iran sta già commettendo). “Israele – scrive Levite – deve puntare a rafforzare l’impegno degli Stati Uniti per prevenire un Iran nucleare, preferibilmente con la partecipazione degli alleati europei. Non deve lasciare che i suoi guai politici interni trasformino la minaccia iraniana in un problema israeliano. Inoltre, dato che l’embargo sulle armi all’Iran è scaduto l’anno scorso, Israele deve esigere che gli Stati Uniti ostacolino il trasferimento iraniano di razzi e missili a proxy in Medio Oriente e sventare i tentativi della Repubblica islamica di solidificare il suo punto d’appoggio nella regione. In definitiva, Israele non deve farsi tentare dalle promesse che l’Iran si comporterà meglio di quanto abbia fatto in passato. Nel frattempo, la corsa dell’Iran ad ottenere capacità nucleari deve essere fermata immediatamente con ogni mezzo necessario”.