moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

A dieci anni dalla liberazione di Shalit
“Gilad pensa a cosa sarà,
non al passato”

Il 18 ottobre 2011 per Noam e Aviva Shalit rappresenta la seconda nascita del loro figlio Gilad. “Quando ne parliamo in casa, quando ne parliamo con lui diciamo che il 18 ottobre, il giorno della sua liberazione, è il suo secondo compleanno”, il racconto del padre Noam davanti alle telecamere dell’emittente israeliana N12. A distanza di dieci anni dalla liberazione del caporale Gilad Shalit – prigioniero dei terroristi di Hamas per oltre cinque anni e scambiato con 1.027 detenuti palestinesi – Israele torna ad analizzare una vicenda che ha profondamente segnato il paese. Lo fa attraverso le parole del padre, in un’intervista in esclusiva rilasciata mentre il figlio Gilad era ancora in luna di miele. “Cerco di non tornare indietro e ricordare il periodo in cui Gilad era in prigionia, ma a volte riemerge”, il suo primo commento. Davanti, diversi raccoglitori in cui la moglie Aviva ha raccolto decine, centinaia di articoli di giornale, manifesti, appelli. Una cronostoria in carta di cinque anni e mezzo passati ad attendere la liberazione del figlio, rapito da un commando di Hamas il 25 giugno 2006. Un passato, spiega Noam, che Gilad preferisce lasciare alle spalle, cercando di rimanere concentrato sul futuro e lontano dall’attenzione mediatica. “È meno interessato a ciò che era, più concentrato su cosa sarà”. Della prigionia ha sempre parlato poco. “Noi come genitori non abbiamo voluto forzare”. E comunque, anche durante la lunghissima detenzione nelle mani dei terroristi “sapevamo che (Gilad) non si sarebbe spezzato facilmente”.
Nell’intervista Shalit torna anche sulle critiche mosse al figlio per come fu rapito e per l’accordo che lo riportò in libertà. Sul primo caso, il giovane soldato fu criticato da una parte dell’opinione pubblica per essere uscito dal suo carro armato disarmato, senza aprire il fuoco. “La sua arma non gli sarebbe servita a niente – la difesa del padre – Se fosse emerso con la sua arma in mano, e avesse iniziato a sparare, sarebbe stato ucciso sul posto”.
“Alcune persone scrissero allora che avrebbe comunque dovuto iniziare a sparare in tutte le direzioni dalla torretta, come Rambo. Ma non era quella la situazione”, l’ulteriore considerazione di Noam, che ha fatto notare che al momento della cattura suo figlio era nell’esercito solo da un anno. “Certo avrebbe potuto qualcosa e praticamente suicidarsi. E non c’è dubbio che un gran numero di politici all’epoca sarebbero stati molto felici di vedere Gilad tornare a casa in una bara, circondata dalla bandiera israeliana”, l’amara riflessione paterna. “Con loro grande delusione, questo non è successo”.
Sulle polemiche legato al rilascio dei 1027 prigionieri palestinesi in cambio di una vita israeliana, Shalit sottolinea che “ci sono abbastanza terroristi di Hamas e della Jihad islamica da imprigionare. Anche se questi specifici terroristi non fossero stati rilasciati, ce ne sono molti altri che vogliono e possono commettere atti terroristici”. Inoltre ricorda che non è stata la famiglia a dire al governo, guidato all’epoca della liberazione da Benjamin Netanyahu, “chi rilasciare in cambio di Gilad”.
“Abbiamo lanciato una campagna per fare pressione sul governo affinché lo liberasse, ma non abbiamo mai cercato di dire a nessuno come ottenere questo. Se il governo di allora non è riuscito a fare pressione su Hamas in altri modi – le sue parole – allora non c’era alternativa per liberare Gilad se non rilasciare i prigionieri”. Il non aver fornito alternative a questa opzione, aggiunge, è stata responsabilità del governo e del sistema di sicurezza israeliano. E non può essere addebitato alla famiglia.
In questi anni Noam Shalit ha dovuto portare avanti una propria battaglia personale, contro la leucemia. Una lotta iniziata sei anni fa. “Anche se è in remissione, oggi soffro di una malattia autoimmune dopo un trapianto di midollo osseo, e sono molto invecchiato. Non ci sono prove scientifiche di questo”, ha aggiunto. “Ma immagino che cinque anni e mezzo di stress non abbiano giovato in alcun modo alla mia salute”.

dr