moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Ebraico, la lingua dell’identità

“Fino a otto anni e mezzo la mia lingua madre è stata il tedesco. Quando sono arrivato in Israele non avevo più nessuno con cui parlarlo e, ragazzino, ho cominciato a studiare l’ebraico. Ma la lingua madre è come il latte materno. Un uomo che ne viene privato è malato per tutta la vita: la lingua materna non la parli, scorre: quando te la portano via ti si crea dentro una voragine e devi sforzarti in ogni modo di colmarla. Così ho iniziato a studiare l’ebraico e l’ebraico è divenuto la mia lingua madre. È stato un grande sforzo, una fatica impegnativa”. Così lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, sopravvissuto alla Shoah, raccontava a Pagine Ebraiche il suo rapporto con la lingua ebraica. Una lingua conquistata con fatica e impegno quotidiano, con cui scrivere la propria vita e i propri pensieri; con cui definire la propria identità. “Se un ebreo vuole essere tale in modo profondo dovrebbe conoscere l’ebraico, così come dovrebbe conoscere i testi fondamentali della nostra tradizione, la filosofia, la mistica”, sottolineava Appelfeld. Parole che tornano in mente mentre Israele si prepara a celebrare il Giorno della lingua ebraica (quest’anno il 23 dicembre). Un momento per ricordarne il ruolo centrale nella storia dell’ebraismo e d’Israele così come per promuoverne l’insegnamento. “Lo studio dell’ebraico è parte della nostra identità. – ricorda a Pagine Ebraiche rav Giuseppe Momigliano, membro della Giunta dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e rabbino capo di Genova – Spesso quando studiamo una materia non la sentiamo fino in fondo nostra. Con l’ebraico è diverso, dobbiamo realmente sentirla come parte di noi. E come modo per esprimere il nostro forte legame con lo stato d’Israele”.
Tante sono le iniziative e gli approfondimenti organizzati in Israele per la Giornata della lingua ebraica, che coincide con la data di nascita di Eliezer Ben Yehuda, considerato il padre della sua versione moderna. Per Ben Yehuda, l’ebraico rappresentava la continuità tra le generazioni. “Tanto più gli ebrei non possono essere una nazione viva se non rientrando nella patria dei loro avi, così non possono essere un popolo vivo, se non rientrando della lingua dei loro avi – scrisse nel 1918 nell’introduzione al suo Dizionario della lingua ebraica – e utilizzandola non solamente per i loro libri, per le cose sacre o per la filosofia, ma anche nella lingua di tutti i giorni dei grandi e dei piccini, delle donne e dei bambini, dei ragazzi e delle ragazze, per tutte le cose della vita, in tutte le ore del giorno e della notte, come fanno tutti i popoli che parlano la propria lingua”.
L’ebraico dunque pensato come lingua della quotidianità in quello che all’epoca di Ben Yehuda era ancora l’Yishuv, il fondamento del futuro Stato d’Israele. In quegli anni, come ricorda Anna Linda Callow nel suo La lingua che visse due volte (Garzanti), si diffondeva lo slogan “Ivri, dabber ivrit!”, “Ebreo, parla ebraico!”. Per la nascente Israele, come è noto, la scelta della lingua nazionale non fu un elemento scontato: l’yiddish, parlato da milioni di ebrei, si contendeva l’onore e onere di diventare la lingua dello Stato ebraico. Vinse l’ebraico grazie alla proposta culturale di Ben Yehuda che si fondava su un progetto ben preciso, sottolinea Callow, docente di ebraico all’Università di Milano, “la conquista del linguaggio senza sconti e senza compromessi”. Per lui la scelta per Israele doveva essere radicale: “rak ivrit”, solo l’ebraico.
Una frase che risuonerà in diverse case israeliane nel corso dei decenni, come racconta Sarah Kaminski, docente di ebraico all’Università di Torino. “La prima lingua che ho imparato era il polacco, la lingua dei miei genitori, del loro quotidiano. Quando iniziai ad andare a scuola, a cinque anni, i compagni di classe mi prendevano in giro per la mia pronuncia in ebraico. Soprattutto per la mia r non da israeliana. E così ricordo che andai a casa e dissi ai miei genitori: basta, si parla solo in ebraico d’ora in avanti”. Rak ivrit. Come lei, spiega Kaminski, molti suoi compagni di classe che diventarono un punto di riferimento per i genitori nell’uso della lingua. “Era una materia in cui eccellevo, forse anche per compensare una situazione un po’ traballante in casa. Aiutavo mio padre a scrivere le lettere ufficiali. Lui e mia madre avevano imparato l’ebraico con fatica e con grande determinazione, arrivando a fine anni Cinquanta in Israele dalla Polonia. Erano studenti universitari che si ricostruivano una vita in una lingua diversa, senza tanti aiuti”.
Molto diversa l’esperienza di rav Momigliano, che ricorda come il salto di qualità nella conversazione in ebraico arrivò con l’anno passato nel kibbutz di Ein HaNetziv, nel nord d’Israele. “Tra lo studio all’ulpan e il parlare con le altre persone, ricordo quel periodo come importante per me per imparare la lingua”. Tra le soddisfazioni dopo mesi di studio, ricorda il rav, iniziare a leggere e comprendere gli articoli di HaTzofe, il giornale dell’organizzazione nazional-religiosa Mizrachi. “Dal punto di vista grammaticale invece ho imparato molto da uno dei miei insegnanti alla scuola rabbinica di Torino, rav Moshe Kurt Arndt z.l. Con un’impostazione molto rigorosa ci aveva insegnato le forme verbali, la punteggiatura e così via”. Nel periodo torinese, aggiunge, a fare da palestra per l’uso della lingua era anche lo scambio con gli studenti israeliani.
Rispetto alle letture, per chi inizia il suo percorso con l’ebraico il suggerimento di Kaminski è di iniziare dai grandi autori della letteratura per bambini d’Israele: Ayn Hillel, Yehonatan Geffen, Anda Finkelfeld. “Sono testi in cui c’è una commistione tra ebraico alto, termini biblici ed ebraico più quotidiano. La loro musicalità li rende più piacevoli e facilita la memorizzazione dei termini: sono perfetti per i bambini e non solo”.
Per chi apprezza la poesia, Anna Linda Callow suggerisce di iniziare da qui. “Io almeno ho fatto così. Anche perché moltissime poesie sono vocalizzate e dai grandi poeti israeliani si trovano le traduzioni. In più parliamo di testi che si concludono in poche frasi, il che facilita la comprensione”.
Per chi non muove proprio i primi passi rav Momigliano consiglia invece la lettura del Sefer HaAggadah curato da Hayim Nahman Bialik e Yehoshua Hana Rawnitzki. “È una raccolta di midrashim del talmud resi in un ebraico semplice e comprensibile, si trova anche vocalizzato. Spesso si tratta di episodi che conosciuti e questo può rendere più semplice comprendere il significato del testo e delle parole”.