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‘Democrazia e pluralismo, volti d’Israele
miglior risposta a chi attacca il paese’

È stata varcata una linea rossa con l’ultimo report di Amnesty International e per questo Israele ha scelto di rispondere duramente. A spiegarlo il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Lior Haiat, in un confronto online organizzato dal World Jewish Congress. L’idea iniziale, quando si è saputo dell’imminente pubblicazione del report, era quella di rispondere nel merito e fare attenzione a non condannarlo come antisemitismo. Ma una volta letto, la strategia è cambiata. “Dopo sole venti pagine (su 280 totali) era chiaro che si era superata una linea rossa. Nel report ci sono tutti gli elementi dell’antisemitismo moderno”. Da qui la controffensiva portata avanti dalla diplomazia israeliana con un un comunicato che ha anticipato la pubblicazione dell’indagine della sezione britannica di Amnesty. “Il rapporto – accusa il ministero – nega il diritto dello Stato di Israele ad esistere come stato nazionale del popolo ebraico. Il suo linguaggio estremista e la distorsione del contesto storico sono stati progettati per demonizzare Israele e versare benzina sul fuoco dell’antisemitismo. Pochi giorni dopo la Giornata Internazionale della Memoria, impariamo ancora una volta che l’antisemitismo non è solo una parte della storia, ma purtroppo, è anche parte della realtà di oggi”. Contro questa retorica di delegittimazione, il portavoce del ministero ha ricordato come uno degli strumenti migliori sia presentare la situazione sul terreno: “Il pluralismo che esiste ed è tutelato in Israele come dimostrano i volti del suo stesso governo”. È proprio uno dei membri dell’esecutivo che rappresenta questa diversità a rimandare al mittente l’indagine. Si tratta del parlamentare della sinistra di Meretz, Issawi Frej, arabo e ministro della Cooperazione regionale (nell’immagine con a sinistra il Presidente d’Israele Isaac Herzog). “Israele ha molti problemi che devono essere risolti, all’interno della linea verde e certamente nei territori occupati, ma Israele non è uno stato di apartheid”, le sue parole.
Nel corso dell’incontro promosso dal World Jewish Congress è stato poi ricordato come la sezione Uk di Amnesty abbia già espresso in passato posizioni più che controverse. Tra queste, le false accuse arrivate dal suo segretario generale su presunte responsabilità di Israele nella morte di Yasser Arafat.
Rispetto alla linea rossa superata, molto chiare sono le riflessioni a riguardo del direttore del Times of Israel David Horovitz. “È la distruzione di Israele che Amnesty International cerca e incoraggia in modo trasparente, chiedendo un ‘diritto di ritorno’ di milioni di palestinesi in Israele, piuttosto che la loro inclusione nel loro futuro stato una volta che siano venuti a patti con il nostro; chiedendo alla comunità internazionale di negare a Israele le armi di cui purtroppo ha bisogno per difendersi contro gli aggressori della regione; e travisando la realtà sul terreno in un rapporto progettato per indebolire il sostegno internazionale e l’identità della nostra piccola nazione, che sopravvive e fiorisce contro ogni previsione”. Anche il quotidiano progressista Haaretz contesta, seppur con toni diversi, il lavoro dell’ong britannica. “Gridando indiscriminatamente all’apartheid, il rapporto di Amnesty non riesce a generare una vera discussione sui problemi fondamentali dei palestinesi che vivono dentro e fuori il territorio di Israele”, scrive l’opinionista Mordechai Kremnitzer, definendo il documento “estremamente pretenzioso”, scritto con una “metodologia assurda” e che “essenzialmente rifiuta l’idea di Israele”.