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Israele, governo a rischio

Ogni cinque anni, dal 1967, il Parlamento israeliano ha approvato il “Regolamento di emergenza – Giudea e Samaria, giurisdizione e assistenza legale”.
Si tratta di un provvedimento che permette di applicare la legge civile israeliana – e non quella militare – ai cittadini che vivono negli insediamenti in Cisgiordania. Molti i settori regolati, dalla riscossione delle tasse alla giustizia, dalle indagini della polizia su eventuali crimini commessi nelle aree di riferimento alla copertura dell’assicurazione sanitaria nazionale. La normativa, approvata di fatto automaticamente da decenni, regola dunque in modo esteso e fondamentale la vita di cinquecentomila israeliani. Senza, Gerusalemme si troverebbe di fronte a un grosso problema da affrontare.
Per questo quanto accaduto nelle scorse ore alla Knesset fa molto rumore: la coalizione di governo non è riuscita a far approvare il pacchetto normativo, valido ancora fino alla fine del mese, dimostrando così tutta la sua fragilità interna. Dopo aver già perso la maggioranza con le dimissioni di uno dei suo membri (Idit Silman di Yamina), ora il governo del Primo ministro Naftali Bennett è andato sotto. Cinquantotto i voti dell’opposizione contro i cinquantadue della maggioranza. Ad essersi sfilati, in particolare, due parlamentari: Mazen Ghanaim del partito islamico Raam e Ghaida Rinawie Zoabi della sinistra di Meretz. Il voto è stato la più esplicita dimostrazione delle grandi differenze interne a una coalizione eterogenea che per un anno è riuscita a tenere insieme anime di destra, di sinistra e un partito arabo. La coesione si fondava su alcuni assunti, tra cui quello di evitare per quanto possibile di toccare questioni legate agli insediamenti e i rapporti con i palestinesi. La scadenza della normativa di emergenza ha però fatto riemergere divisioni e contrasti.
“Ogni membro della coalizione che non vota a favore di questa legge così centrale partecipa attivamente alla sua caduta”, aveva dichiarato prima del voto il ministro della Giustizia Gideon Saar, leader di Nuova Speranza. Una bocciatura, aveva aggiunto, avrebbe creato “un caos legale” in Cisgiordania e danneggiato centinaia di migliaia di persone.
I partiti di destra dell’opposizione, sostenitori della norma, hanno deciso di far mancare i propri voti e mettere così in crisi l’esecutivo. L’obiettivo dichiarato del leader del Likud Benjamin Netanyahu è far cadere Bennett e tornare – dopo questo anno di parentesi – alla guida d’Israele. “Il Likud brucerebbe lo Stato per i bisogni di Netanyahu”, l’accusa arrivata da Yamina, che ha promesso di trovare un modo per far passare la legislazione. Il rischio, spiegano gli analisti, è altrimenti di trovarsi con altre defezioni: il citato Saar, si legge sui quotidiani israeliani, potrebbe scegliere di abbandonare la coalizione e siglare un patto con Netanyahu. Le ostili parole riservate dal ministro della Giustizia e dai suoi al leader del Likud in questi mesi danno indicazioni contrarie. I calcoli politici però potrebbero spingere Saar, il cui partito è in calo di consensi, a una nuova strategia.
A fare un passo indietro poi, scrivono i giornalisti dell’emittente pubblica Kan, potrebbe essere un altro membro di Yamina: Nir Orbach. Quest’ultimo, dopo la sconfitta alla Knesset, si è recato dal parlamentare di Raam Ghanaim, gridando che la loro collaborazione nella coalizione era fallita.
“La perdita del voto di lunedì non è solo simbolica. È un duro colpo… e potrebbe portare a una catena di eventi in cui o un partito lascia formalmente la coalizione, o c’è un voto per sciogliere la Knesset”, ha sottolineato Dahlia Scheindlin al Financial Times. “Ma potrebbero anche in qualche modo andare avanti. Questa è ancora un’opzione”.