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Accordo nucleare iraniano, Israele
e la via della risposta militare

Mentre vengono rivelati nuovi dettagli della bozza di accordo sul nucleare iraniano, in Israele il parere condiviso è che si tratti di un’intesa peggiore rispetto a quella del 2015. Per questo le forze politiche e di intelligence del paese spingono gli Stati Uniti affinché modifichi il testo. Da settimane si parla infatti di missioni diplomatiche e colloqui tra rappresentanti israeliani e americani sul tema. L’obiettivo è quello di influenzare Washington per rendere più stringenti alcune clausole dell’intesa e, spiegano i media, per disegnare i confini di un eventuale intervento militare contro l’Iran in caso di gravi violazioni. Si tratterebbe di una extrema ratio, ma secondo Gerusalemme rappresenta il deterrente più efficace contro un regime di cui non ci si può fidare. Dato confermato anche dalle dichiarazioni di queste ore arrivate da Teheran. Il presidente iraniano Raisi ha infatti fatto dipendere il ripristino dell’intesa dall’interruzione di un’indagine dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sulle tracce di uranio arricchito trovate in tre siti iraniani non dichiarati. Teheran non ha mai fornito spiegazioni convincenti a riguardo, nonostante sia tenuta a farlo. In particolare perché è tra i firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare. E ora, per bocca di Raisi, vorrebbe che tutto venisse cancellato. Ennesima dimostrazione della mancanza di trasparenza del regime. Nel frattempo Raisi ha anche colto l’occasione per minacciare Israele, che non ha escluso l’opzione militare per scongiurare un Iran dotato dell’atomica. Se Israele deciderà di mettere in atto le sue minacce di distruggere il programma nucleare iraniano, “vedrà se qualcosa del regime sionista rimarrà o meno”, le parole al veleno del presidente iraniano.
Al di là delle minacce di Teheran, diversi analisti militari israeliani invitano a guardare oltre l’accordo. “Allo stato attuale il vero discorso non riguarda più il ritorno o il non ritorno dell’accordo, ma la sua qualità o gravità. La discussione riguarda come ci stiamo preparando a fermare l’Iran in ciascuna delle alternative”, sostiene ad esempio l’ex capo dell’intelligence della difesa israeliana Amos Yadlin. Secondo lui, che si arrivi o meno all’intesa, tre sono gli sforzi che Gerusalemme e il suo esercito deve portare avanti. Il primo, formulare con gli Usa un piano strategico-operativo per realizzare sul campo quando entrambi i paesi si sono ripromessi: “l’Iran non avrà mai un’arma nucleare”. Secondo, implementare le capacità necessarie per portare a termine il punto uno. Terzo, continuare a distruggere e ritardare il percorso dell’Iran dove possibile.
Su questa strada sembra volersi dirigere il capo del Mossad David Barnea. In un’inusuale avvertimento attraverso la stampa, Barnea negli scorsi giorni ha definito la proposta di accordo – basata sul lavoro dell’Ue – come “un disastro strategico”. Per il numero uno dei servizi segreti israeliani le scadenze immaginate per il programma nucleare daranno “all’Iran la licenza di accumulare il materiale nucleare necessario per una bomba” in pochi anni. E la modalità con cui verrano tolte le sanzioni garantirà a Teheran miliardi di dollari da usare per i suoi progetti di aggressione dei paesi che lo contrastano in Medio Oriente. “Il Mossad si sta preparando e sa come eliminare questa minaccia”, ha detto Barnea. “Se non agiamo, Israele sarà in pericolo”. Posizione che il capo del Mossad ribadirà con ogni probabilità a Washington la prossima settimana quando incontrerà una Commissione ristretta del Senato che si occupa di intelligence e della questione Iran.

(Nell’immagine il Primo ministro Yair Lapid e il capo del Mossad David Barnea a colloquio)