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Accordo nucleare con l’Iran,
gli Usa valutano il passo indietro

Nel 2015 gli Stati Uniti di Barack Obama siglarono l’intesa sul nucleare iraniano. Obiettivo dichiarato, prevenire che il regime di Teheran riuscisse a dotarsi in breve tempo della bomba atomica. Prima della firma dell’intesa, l’intelligence Usa aveva stimato in pochi mesi il tempo in cui l’Iran avrebbe potuto produrre materiale nucleare sufficiente per costruire un’arma. Così, semplificando, arrivò la proposta dell’amministrazione Obama all’allora presidente iraniano Hassan Rouhani: in cambio di un allentamento delle sanzioni e di nuovi scambi commerciali, voi accettate una serie di restrizioni al vostro programma nucleare. L’accordo di fatto ritardava la corsa all’atomica del regime, senza poterla fermare del tutto. Ma questo rallentamento – stimato da diversi analisti in dieci anni – dava la possibilità al fronte anti-Iran di prepararsi, anche militarmente, per future minacce. L’amministrazione Usa di allora immaginava peraltro l’accordo come un punto di partenza e non d’arrivo. Doveva essere il primo mattone per provare a costruire un dialogo più ampio per arginare le tante attività destabilizzanti dell’Iran in Medio Oriente: dal suo finanziamento del terrorismo al coinvolgimento in diverse guerre regionali, senza dimenticare la costante minaccia di distruggere Israele. Proprio da qui arrivò come noto la più strenua critica all’accordo: Benjamin Netanyahu, all’epoca Primo ministro, considerò tutta questa architettura come troppo debole e basata su premesse fragili quanto ingenue. Con i soldi ottenuti dall’allentamento delle sanzioni, Teheran avrebbe forse rallentato sul nucleare, ma accelerato nel potenziare la propria strategia di aggressione al Medio Oriente. E così, denunciava Netanyahu, Israele si sarebbe trovata ad affrontare un flusso costante di denaro e armi verso i suoi nemici più prossimi: Hamas, Jihad Islamica, Hezbollah. Tutti gruppi terroristici a libro paga iraniano.
La pressione di Netanyahu per far saltare l’intesa non ottenne nell’immediato risultati. Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Usa più la Germania e l’Unione europea firmarono. E così il 14 luglio 2015 il Joint Comprehensive Plan of Action (acronimo JCPOA) entrò in vigore. Poco meno di tre anni dopo però, il nuovo presidente Usa Donald Trump decise di uscirne. Condividendo le critiche di Netanyahu, Trump considerò l’accordo un errore e avviò una politica di massima pressione sull’Iran. Ovvero un incremento delle sanzioni. Alla metaforica carota, si sostituiva il bastone. Il piano della nuova amministrazione era di mettere in ginocchio l’economia iraniana e costringere con le cattive Teheran a firmare una nuova intesa, molto più stringente. Indebolito ma ancora in piedi, il regime – dove gli estremisti hanno consolidato ulteriormente il loro potere – ha scelto di violare i termini del JCPOA, riprendere la corsa verso l’atomica, continuando a finanziare il terrorismo internazionale. Ora, come denunciato dall’intelligence israeliana, l’Iran è a poche settimane dal raggiungere la capacità per procurarsi l’atomica.
Ora, tenendo tutto ciò a mente, un nuovo accordo appare ormai in fase di finalizzazione. Meno stringente del precedente. Le voci a favore e contro, anche in Israele, sono di nuovo sul terreno con più o meno gli stessi argomenti. Per l’ex capo dell’intelligence della difesa israeliana Tamir Hayman è tempo di rimuovere tutti i rumori di fondo. L’accordo va siglato, la sua sintesi, anche se è “chiaramente peggiore del primo”. Va firmato perché garantisce che almeno “fino al 2030 l’Iran non possa sviluppare armi nucleari”. Non è la soluzione ideale, ma almeno – afferma l’ex capo dell’intelligence militare – darà il tempo per costruire una strategia militare per agire contro il regime. “E nel frattempo non rischieremo che domattina possa cascarci addosso una bomba atomica”.