“Iron Dome, valutiamo
l’invio in Ucraina”

Il sistema di difesa antimissile Iron Dome è uno dei fiori all’occhiello della tecnologia militare israeliana. Operativo dal 2011, ha difeso il paese dai missili sparati dai gruppi terroristici di Gaza, riuscendo, secondo stime dell’esercito, a intercettarne tra l’85 e il 90 per cento. E contribuendo quindi a salvare molte vite. Uno strumento dunque fondamentale per garantire la sicurezza del paese e su cui Israele continua ad investire, anche grazie al sostegno americano. Fino ad ora questa tecnologia, adatta ad abbattere i missili sparati da Hamas e Jihad islamica, non è stata esportata. Ma qualcosa potrebbe cambiare nel prossimo futuro. Il Premier Benjamin Netanyahu in due interviste a media esteri – alla Cnn prima e alla francese LCI questo sabato – ha infatti anticipato la possibilità di fornire Iron Dome all’Ucraina. “Stiamo lavorando alla nostra politica e in seguito verificheremo le possibili conseguenze di questa scelta, ma non posso fare alcuna promessa”, ha dichiarato Netanyahu. Il Premier ha aggiunto che il suo governo ha altri interessi da considerare, tra cui la cooperazione tra le forze aeree russe e israeliane in Siria. Si tratta in ogni caso di un’apertura rispetto al passato, seppur al momento ancora lontana dal concretizzarsi.
Nel frattempo Netanyahu continua a fare conti con le contestazioni alla riforma della giustizia che il suo governo vuole mettere in atto. Oltre alla manifestazione a Tel Aviv, dove per la quinta volta migliaia di persone sono scese in piazza contro il provvedimento, a esporre le proprie perplessità in queste settimane è stato anche il mondo economico. Dai vertici di diverse start-up israeliane e fondi di investimento, a ex governatori della Banca centrale del paese, molte le voci che hanno messo in guardia il nuovo esecutivo dal proseguire – nei termini annunciati – nel progetto volto soprattutto a ridurre il potere della Corte Suprema. Tra i diversi avvertimenti, ha sollevato molta attenzione quello dell’americana JP Morgan. In un rapporto redatto dal suo dipartimento di ricerca e pubblicato di recente, il gruppo finanziario scrive che le modifiche proposte in ambito giudiziario hanno aumentato il rischio di investire in Israele e potrebbero portare al declassamento del suo rating creditizio. Il rapporto paragona i cambiamenti proposti nel sistema legale israeliano a quelli attuati in Polonia, che hanno portato a una diminuzione degli investimenti esteri diretti.
“Le riforme giudiziarie proposte dal nuovo governo – si legge nel rapporto – comprenderebbero la possibilità per la Knesset di annullare le decisioni della Corte Suprema a maggioranza semplice; l’attribuzione ai politici di un maggiore potere nella nomina dei giudici; l’eliminazione dell’obbligo per i ministri di rispettare i pareri dei consulenti legali dei ministeri, nonché l’eliminazione della clausola di ragionevolezza giuridica che consente un ulteriore controllo da parte dei tribunali. In generale, queste riforme sono state interpretate come un indebolimento dei controlli e degli equilibri nel sistema, oltre che come un aumento delle divisioni”.