Israele-Usa, disaccordi diplomatici

Se sul piano interno le acque israeliane sono mosse, anche a livello internazionale il governo di Gerusalemme deve affrontare una situazione sempre più tesa. Stati Uniti, Egitto, Giordania e i nuovi alleati degli Emirati Arabi Uniti hanno in particolare contestato la decisione della maggioranza alla Knesset di abrogare una legge del 2005 che imponeva il divieto agli israeliani di entrare e soggiornare nelle aree della Samaria settentrionale. Un provvedimento disposto dall’allora governo di Ariel Sharon durante il disimpegno da Gaza e dalla stessa Cisgiordania settentrionale. Da quest’ultima furono sgomberati i quattro insediamenti di Homesh, Ganim, Kadim e Sa-Nur. E da allora vigeva il divieto di poterli ricostituire, rimasto in vigore fino alla revoca decisa dall’attuale maggioranza. “Diciassette anni di tentativi, una lotta senza compromessi e una forte convinzione della correttezza di questo percorso sono confluiti in un momento in cui il plenum della Knesset ha votato a favore dell’annullamento della legge sul disimpegno”, il commento del parlamentare del Likud Yuli Edelstein, promotore della norma. Si tratta di una modifica significativa, sottolineano i media locali, che ha provocato le citate reazioni internazionali. “Gli Stati Uniti sono estremamente turbati dal fatto che la Knesset israeliana abbia approvato una legge che annulla parti importanti della legge sul disimpegno del 2005”, ha dichiarato ai giornalisti Vedant Patel, portavoce del Dipartimento di Stato. Patel ha definito provocatoria e controproducente la modifica legislativa alla luce “degli sforzi di ristabilire una certa misura di calma, mentre ci avviamo verso le festività del Ramadan, di Pesach e della Pasqua”. Washington ha anche convocato l’ambasciatore israeliano negli Usa Michael Herzog per esprimere al diplomatico la propria preoccupazione per il provvedimento. La legge “rappresenta una chiara contraddizione delle intese tra governo israeliano e Stati Uniti”, ha affermato Patel. Il riferimento è all’impegno preso venti anni fa per iscritto dal Premier Ariel Sharon con il presidente George W. Bush per l’evacuazione dei quattro insediamenti della Cisgiordania settentrionale per fare spazio a una maggiore contiguità territoriale palestinese nell’area. In cambio, Bush avrebbe offerto di riconoscere lo scambio di terre in un futuro accordo di pace tra israeliani e palestinesi, permettendo ai blocchi di insediamenti più vicini alla Linea Verde di rimanere sotto il controllo israeliano.
Patel ha poi aggiunto che “gli Stati Uniti incoraggiano fortemente Israele ad astenersi dal consentire il ritorno dei coloni nell’area coperta dalla legislazione. È ancora più preoccupante che un atto legislativo così significativo sia passato con soli 31 voti su un’assemblea di 120 membri”.
In risposta a queste dure prese di posizione, il Premier Netanyahu ha affermato che la mossa della Knesset pone fine a una “legge discriminatoria e umiliante che proibiva agli ebrei di vivere nella Samaria settentrionale”. Dall’altra parte ha aggiunto che il governo non intende costruire nuovi insediamenti in queste aree.
L’emittente Kan segnala che anche dall’Egitto è arrivata una condanna per l’iniziativa, che, secondo il Cairo – mediatore tra Israele e palestinesi – “complica l’atmosfera della sicurezza”. In Giordania, una parte del parlamento è arrivato a chiedere l’espulsione dell’ambasciatore d’Israele. E anche dagli Emirati Arabi Uniti sono arrivate critiche, anche in riferimento alle recenti dichiarazioni del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich sui palestinesi.