La guerra dei rapper al ritmo di Not Like Us

L’ultimo brano del rapper statunitense Kendrick Lamar, Not like us, è diventato alla svelta la canzone più popolare nel circuito americano dei bar mitzvah. «Non sono come noi», intonano a squarciagola i ragazzini mentre si scatenano di gusto sulla pista da ballo. Il ritmo è irresistibile, la rima implacabile e le provocazioni si sprecano. Un tormentone. E non solo fra gli adolescenti. Dall’uscita, a maggio 2024, la canzone ha scalato le classifiche di tutto il mondo, è stata l’inno della campagna elettorale democratica e da poco ha spuntato cinque prestigiosi Grammy Awards. In tutto quest’entusiasmo c’è però una nota inaccettabile, sostiene il pluripremiato rapper Drake, bersaglio polemico della canzone. A metà gennaio il canadese Drake, uno dei pochissimi rapper ebrei e uno dei musicisti hip-hop più noti a livello internazionale, ha denunciato per diffamazione la casa discografica UMG che da dieci anni rappresenta sia lui sia Lamar. L’accusa più bruciante riguarda l’antisemitismo del testo.
Not Like Us, si legge nella denuncia, non solo attribuisce a Drake, madre ebrea canadese e padre afroamericano, infondati comportamenti criminali ma tira in ballo la sua identità ebraica definendolo «non un collega» ma «un dannato colonizzatore». Il risultato, continua il documento, non è solo un grave danno alla sua reputazione ma un crescente clima di violenza nei confronti dell’artista, dei familiari e degli amici. La sua casa di Toronto (visibile sulla copertina del brano di Lamar) è stata oggetto di ripetuti attacchi, una guardia di sicurezza è stata ferita e la minaccia è arrivata al punto da indurlo a togliere il figlio dalla scuola elementare e mandarlo altrove insieme alla madre.
La causa, specifica la querela, non riguarda Kendrick Lamar ma la casa discografica che «ha deciso di pubblicare, promuovere, sfruttare e monetizzare accuse non solo false ma pericolose». A catapultare lo scontro all’attenzione del grande pubblico è stata però, la più recente esibizione di Lamar nell’intervallo del Super Bowl, la finale del campionato di football svoltasi quest’anno il 9 febbraio a New Orleans. Sotto gli occhi di 127 milioni di spettatori, Not like Us è andata in scena incorniciata da una coreografia spettacolare nei colori della bandiera americana. Fra i ballerini, la campionessa di tennis Serena Williams. Nei giorni seguenti, sul tema si sono versati fiumi di inchiostro. Se n’è parlato come di un accorato appello ai diritti civili, un’allegoria dell’esperienza afro-americana, un simbolo dei nostri tempi. La questione sollevata da Drake è però rimasta in sospeso e non solo perché la causa legale in corso suggerisce cautela. Il tema scotta e il rischio di diventare impopolari è sempre dietro l’angolo.
L’interrogativo centrale resta però stringente. Fino a che punto può spingersi la libertà artistica? Dove finisce la libertà di parola e inizia la pratica del rispetto? E chi fissa i limiti del lecito e dell’illecito? Per chi non è abituato ai toni e modi del rap, Not Like Us è un brano disturbante. La traccia rientra però in un genere ben consolidato. È una diss-track (dove diss sta per disrespect o disparage), una canzone che critica o scredita un altro artista. È una delle espressioni più popolari dell’hip-hop e da Taylor Swift a Lil Nas X le battaglie di questo tipo non si contano. In questi botta e risposta musicali, i colpi bassi sono all’ordine del giorno, gli insulti abbondano e le vendite vanno alle stelle. In questo caso, la novità è il ricorso ai tribunali. La ruggine fra Kendrick Lamar (36 anni) e Drake (38) è vecchia. Un tempo amici e collaboratori, i due rappresentano ormai le due facce del rap.
Lamar è introspettivo, politico, il solo raper a spuntare finora l’ambito premio Pulitzer per la musica. Drake è incline al pop e al rhythm and blues, alle collaborazioni con le celebrities e alle strizzate d’occhio commerciali.
Nella saga di Not Like Us l’aspetto più preoccupante ha però poco a che fare con la musica. Difficile immaginare che il ritornello «non sei come noi» non si riferisca all’appartenenza di Drake. Tanto più che quest’ultimo, al secolo Aubrey Graham, ne ha fatto una bandiera dedicando al suo essere ebreo brani famosi e molto discussi: da HYFR (2011), dove celebra il suo bar mitzvah da adulto in un tempio di Miami, a Falling Back (nella foto in alto) in cui un rabbino lo sposa con un corteo di 23 ragazze, senza dimenticare un celebre sketch nel popolarissimo programma tv Saturday Night Live nel 1999 in cui rappa a ritmo di Hava Naghila.
E allora, quando Kendrick Lamar gli dà del «colonizzatore» è davvero perché – come canta – Drake si spinge fino ad Atlanta in Georgia, la Mecca dell’hip hop americano, solo perché «ha bisogno di pochi dollari»? È un’accusa di sfruttamento artistico o allude ad altro? Sui social la risposta dei fan è inequivocabile e intreccia vecchi e nuovi stereotipi: la «colonizzazione» evocata da Not like us è quella attribuita ai «sionisti», la diversità di Drake sta nell’«essere ebreo» e l’autenticità dell’hip-hop (un ambiente artistico mai troppo aperto agli artisti ebrei) rischia di venire sminuita da certi innesti artistici.
La parola finale adesso spetta ai giudici ma i veleni online la dicono lunga su un clima sempre più teso dove ogni provocazione ne contiene un’altra e ogni testo richiama un sottotesto. Intanto, alle feste di bar mitzvah i ragazzini ballano fino all’ultimo respiro. Dopo Not Like Us, raccontano i dj, le canzoni più richieste sono quelle di Drake: come se la battaglia rap non fosse mai esistita, come se non li riguardasse. A 13 anni va così. Si tiene il ritmo, si consuma l’ultimo successo e il resto appartiene al mondo degli adulti.
Daniela Gross
(Nell’immagine: una scena del video di Failing Back (2022) del rapper Drake)