MEDIO ORIENTE – Ankara contro Gerusalemme, la nuova frattura

Sono passati tre anni dalla visita ufficiale ad Ankara del presidente israeliano Isaac Herzog.
La sua stretta di mano con Recep Tayyip Erdogan, allora, era stata salutata come un segnale di apertura dopo oltre dieci anni di rapporti difficili. Si parlò di stabilità regionale, di cooperazione economica, di un «viaggio di fiducia e rispetto». Una fotografia che oggi, con l’annuncio di Ankara di una nuova rottura con Israele, sembra appartenere a un’altra stagione politica.
Dopo le atrocità di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, il presidente turco ha imboccato un’altra strada. La sua retorica si è fatta sempre più roboante e aggressiva, fino a definire Israele uno “stato terrorista” e a paragonare Benjamin Netanyahu a Hitler. Con l’acuirsi dello scontro, entrambi i paesi hanno richiamato i propri ambasciatori e oggi Ankara ha annunciato lo stop ai rapporti economici e la chiusura dello spazio aereo agli aerei israeliani.
Per Erdogan, sottolinea l’emittente Kan, la scelta di assumere la guida della retorica anti-israeliana è anche un calcolo di politica interna: presentarsi come il difensore dei palestinesi significa consolidare il consenso tra le frange più nazionaliste e religiose del paese, alimentando al tempo stesso una narrazione polarizzante che lo contrappone all’Occidente.
Le conseguenze di questo clima si fanno sentire anche sul mondo ebraico in Turchia. Già nel febbraio 2024, a Pagine Ebraiche una rappresentante della comunità ebraica di Istanbul aveva raccontato le sue paure, chiedendo di rimanere anonima per precauzione. Orgogliosa delle sue radici turche, spiegava come fosse diventato sempre più difficile vivere apertamente la propria identità ebraica: «Se non si esce dalla propria bolla, con amici istruiti e aperti, si riesce a vivere. Ma fuori, la propaganda rende tutto più difficile».
Nell’annunciare l’ennesima rottura con Gerusalemme, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha parlato di «attacchi sconsiderati di Israele a Gaza, in Libano, Yemen, Siria e Iran». Aree su cui Erdogan sta cercando di costruire la sua politica di influenza. In particolare in Siria, dove la Turchia sostiene il nuovo governo del presidente Ahmad al-Sharaa, con un passato da jihadista e un presente da uomo di stato in cerca di legittimità. Per questo, su pressione americana, al-Sharaa sta tentando di mediare con Israele. Un processo che suscita malcontento ad Ankara, che vede incrinarsi la propria pretesa di essere l’unico interlocutore privilegiato di Damasco.
Erdogan non ha inoltre gradito la recente dichiarazione del primo ministro Netanyahu, che per la prima volta ha riconosciuto il genocidio armeno. Un passo non ancora formale, ma comunque contestato dalla diplomazia turca, che continua a negare le responsabilità storiche dell’Impero ottomano.
d.r.