SCAFFALE – Sull’inizio, la verità e la pace

È davvero da elogiare l’idea di realizzare una grande raccolta di testi di Jonathan Sacks, riproducenti alcune delle sue riflessioni pronunciate e scritte in occasione delle parashòt settimanali. All’edizione italiana della raccolta è stato dato il titolo Alleanza e conversazione (in originale Covenant and Conversation), e sarà divisa, una volta completata, in cinque volumi, corrispondenti ai cinque libri della Torah.
Jonathan Sacks (1948-2020), com’è noto – rabbino capo del Commonwealth dal 1991 al 2013 – ha rappresentato una figura particolarmente luminosa di pensatore, per il quale la promozione dei valori ebraici ha sempre coinciso con la più generale crescita etica e spirituale dell’intera umanità. La sua voce è stata ascoltata e rispettata in tutto il mondo, anche in ambienti molto lontani dall’ebraismo e dalla religione. E, soprattutto nei tempi successivi al 7 ottobre, ci è mancata molto.
La serie, ovviamente, non poteva non partire dal libro dell’inizio: Alleanza e conversazione. Genesi: il libro dei fondamenti, Ed. Giuntina (in collaborazione con il Progetto Traduzione del Talmud Babilonese e con il contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca), Firenze, 2025, pp. 461, euro 28.
“La Genesi”, scrive l’autore nell’introduzione al volume, “il libro di Bereshit, come il nome suggerisce, si occupa di inizi. La nascita dell’universo, le origini dell’umanità e i primi capitoli della storia del popolo che sarà conosciuto come popolo di Israele o, dopo l’esilio babilonese, come popolo degli ebrei”.Tuttavia, precisa Sacks, “la Genesi non è solo questo, e se la leggiamo così rischiamo di perderne il significato pieno. Il punto fondamentale, colto da Maimonide, è che reshit non significa ‘inizio’ nel senso di ‘primo in una serie cronologica’. Per indicare questo l’ebraico biblico utilizza altri termini. Reshit implica invece l’elemento più
importante, la parte che sta per il tutto, le fondamenta, il principio di base.
La Genesi è l’opera fondamentale dell’ebraismo, una filosofia della condizione umana sotto la sovranità di Dio”.
D’altronde, aggiungerei io, considerare il “bereshìt” in senso “cronologico” potrebbe essere anche fuorviante e illusorio, alla luce dell’insegnamento di Marc Bloch. Nella sua Apologia della storia o mestiere di storico, infatti, il grande storico mise in guardia da quello che definì “l’idolo delle origini”. Se è compito dello storico, infatti, investigare sulle “origini” degli accadimenti, sarebbe illusorio credere che “le origini spieghino quello che viene dopo”, dal momento che il “mito dell’inizio” è sempre qualcosa che viene creato “dopo”. Ogni racconto dell’“inizio”, perciò, rimanda sempre a una transizione, a un mutamento, che fa avvertire l’esigenza di “un nuovo incipit”, celato dietro la celebrazione di una remota nascita. Il racconto della genesi, perciò, è sempre il racconto di una trasformazione, o di una fine.
Ma Sacks, ovviamente, non legge il Bereshit come un libro di storia, quanto, soprattutto, come uno scrigno di insegnamenti riguardo all’etica e alla giustizia. Il senso di questi due valori eterni va distillato non solo dal Ta-Na-K, ma anche da tutti i grandi testi della letteratura antica e moderna (non solo quelli religiosi, ma anche le grandi opere della poesia, della letteratura e della filosofia, da Aristotele a Virgilio, da Dante a Shakespeare, da Bacone a Locke e Kant, tutti ben conosciuti e studiati da Sacks). Ma, comprensibilmente, gli insegnamenti scaturenti dall’“elemento più importante, la parte che sta per il tutto, le fondamenta, il principio di base”, meritano un’attenzione particolare.
Tra i tanti commenti del Rav raccolti in queste pagine, citiamo soltanto, a mo’ di esempio, quanto egli scrive a proposito della parashà “Vayechì”, riguardo alle cosiddette. “bugie bianche” (ossia non malevole). Il libro dell’Esodo, ricorda il Rav, ammonisce di evitare le menzogne (23. 7). Quindi, oltre a non pronunciare “falsa testimonianza” in un processo, come sancito nel Decalogo, non bisognerebbe mentire mai, in nessuna occasione. Ma che bisogna fare, allora, aggirandosi un assassino armato, la sua vittima designata trova rifugio a casa tua, e il killer bussa alla porta e chiede: “È qui?”. Immanuel Kantt, ricorda Sacks, asserisce che non bisognerebbe mentire neanche in questo caso, perché la verità va detta sempre, a prescindere dalle conseguenze. L’ebraismo, invece, dice di no: è permesso dire una “bugia bianca” non solo per salvare una vita umana, ma anche per amore di pace.
Ma quando, dunque, in concreto, è permesso farlo? Il Rav ci dà delle indicazioni preziose da usare come saggio metro di giudizio, per sciogliere i dubbi in tante circostanze controverse, sempre seguendo la doppia “stella polare “dell’etica e della giustizia.
Un libro da leggere, quindi (come anche, certamente, i prossimi quattro), come una nuova “guida dei perplessi” per i nostri tempi, adatto per tutti gli “uomini di buona volontà”, al di là di qualsiasi credo religioso o politico.

Francesco Lucrezi, storico (modificato)