Gli ex ostaggi e quel ritorno alla vita che passa anche dal calcio

Sciarpe al collo, ma anche maglie e cori personalizzati su frequenze da stadio. Nelle prime immagini da uomini liberi dopo oltre due anni trascorsi nei tunnel di Gaza, molti (ex) ostaggi hanno scelto di celebrare il ritorno alla vita accompagnandosi a simboli della propria squadra del cuore. Un fatto talmente ricorrente da non rappresentare una casualità. Lo conferma a Pagine Ebraiche il professor Yair Galily dell’Università Reichman di Herzliya, un’autorità nel campo della sociologia applicata allo sport, coautore tra gli altri del fondamentale volume Sports, Politics and Society in the Land of Israel che offre una lettura della società israeliana partendo dalle curve e dalle diverse declinazioni del tifo.
Israele non è un paese dalla grande tradizione calcistica, lo si è visto anche nella recente doppia sfida con l’Italia, ma il pallone rappresenta comunque «una comunità enorme, solidale e apolitica che accoglie immediatamente i tifosi», sottolinea Galily. E rispetto a quanto visto a ottobre «la sciarpa funge da ancoraggio a una tribù facilmente riconoscibile, un vasto gruppo di tifosi che condividono passione, speranza e storia».
Inevitabile allora che dopo due anni di isolamento e il trauma conseguente dell’essere tagliati fuori dalla società, «questa immediata e diffusa dimostrazione di appartenenza e solidarietà sia incredibilmente terapeutica e comunichi visivamente: sei a casa, ci manchi e sei uno di noi». La squadra stessa, qualunque essa sia, forte o debole, di prima o seconda divisione, «incarna resilienza e continuità; le partite continuano, c’è qualcosa per cui tifare e la vita va avanti, un messaggio sottile e vitale di speranza per le persone che vivevano nelle circostanze più buie». Negli stadi israeliani, negli ultimi due anni, il pensiero ai chatufim vivi e morti è stato costante. Proprio in uno stadio, il Bloomfield di Tel Aviv, iniziò alla fine di febbraio il funerale di Tsachi Idan. Grande tifoso dei rossi dell’Hapoel, restituito cadavere da Hamas, è stato salutato da un migliaio di compagni di fede calcistica mentre su uno schermo scorreva la scritta «Forever Red».
Lo scorso 17 ottobre migliaia di persone si sono riversate per le strade di Haifa per accompagnare la salma di Inbar Haiman, uno degli ultimi cadaveri restituiti, indossando in questo caso il colore rosa in omaggio al suo nome d’arte, Pink Question. La 27enne Haiman aveva però nel cuore anche un altro colore, quello verde del suo Maccabi Haifa. Il giorno del funerale il club ha deposto sulla sua tomba una maglia personalizzata: non verde, ma rosa. Il suo modo di ricordarla.
Pensare a volte al calcio, hanno raccontato alcuni ex ostaggi, è stata un’ancora di salvezza. È il caso di Emily Damari, tifosa del Maccabi Tel Aviv. «Il Maccabi è una famiglia », ha dichiarato prima di una partita, dal cerchio di centrocampo, accolta da un’ovazione del pubblico. «Quando ero nei giorni più duri della prigionia, ho sentito alla radio che avevamo vinto il campionato e ho urlato di gioia. Anche se ciò non mi era permesso».

a.s.