TORINO – Rivella, Albezzano, don Cossavella: i nuovi Giusti
Quando Sara Disegni incontrava i coniugi Mario e Maria Rivella o la famiglia Albezzano – Ernesto, Luigina e la figlia Piera – il discorso tornava inevitabilmente agli anni della guerra e della persecuzione antisemita. E quando Sara domandava da dove avessero trovato il coraggio di proteggere una famiglia ebraica, mettendo a rischio la propria vita, Maria Rivella replicava: «Cosa volevi che facessimo? Che lasciassimo due bambine per strada? Era normale ospitarvi».
Eppure la scelta dei Rivella e degli Albezzano non fu “normale”. Come ricordava Sara Disegni in una lettera del 1998, «se siamo vivi, possiamo dire grazie a loro che ci hanno aiutato, senza nulla chiederci, solo per spirito di solidarietà». È per questo che Yad Vashem, il Memoriale della Shoah di Gerusalemme, ha riconosciuto Mario e Maria Rivella ed Ernesto, Luigina e Piera Albezzano come Giusti tra le Nazioni, il massimo riconoscimento conferito a chi salvò ebrei durante la persecuzione nazifascista. Un’onorificenza che verrà consegnata il prossimo 18 dicembre ai discendenti delle due famiglie e a quelli della famiglia di don Stefano Cossavella, il parroco che a Muriaglio, 60 chilometri a nord di Torino, salvò Armando Morello, medico ebreo di Casale Monferrato.
«Con i Rivella e gli Albezzano abbiamo sempre mantenuto un contatto: anche se non ci incontriamo spesso tra noi nipoti, resta un legame forte», racconta Claudia Reichenbach, figlia di Sara Disegni, unica testimone di quegli avvenimenti ancora in vita. La storia della madre inizia a Torino, dove Donato Disegni e la moglie Nennella Valabrega vivevano con le figlie Myriam, nata nel 1935, e Sara, nata nel 1938. Donato era un imprenditore, ma con le leggi razziali del 1938 fu costretto a cedere gratuitamente le sue aziende, perdendo in breve tempo ogni mezzo di sostentamento. «La famiglia perse la casa, il lavoro, la sicurezza, e fu costretta a spostarsi fuori città», ricorda Reichenbach. Tra il 1941 e il 1943 trovò rifugio a Busca, nel Cuneese.
Dopo l’8 settembre 1943 la persecuzione si fece ancora più stringente. Non si trattava più solo di discriminazione, ma di sopravvivenza. Come scriverà Sara, «avevamo, solo perché ebrei, perso tutti i diritti e, dopo l’8 settembre, anche il diritto all’esistenza», «in qualsiasi momento potevamo essere scoperti, denunciati e deportati nei campi di sterminio». La famiglia decise così di fuggire con documenti falsi: il cognome fu cambiato in De Marchi, Sara divenne Luisa, Myriam Maria. «A rendere la situazione ancora più pericolosa c’era il fatto che il nonno paterno, rav Dario Disegni, rabbino di Torino, era una figura conosciuta e ricercata dai nazifascisti», sottolinea la pronipote del rav, spiegando come «la direzione della fuga scelta dai nonni fu casuale, consultando una carta geografica e verificando quali linee ferroviarie, in tempo di bombardamenti, fossero ancora attive».
All’inizio del gennaio 1944 i Disegni salirono su uno degli ultimi treni ancora in funzione e raggiunsero Castagnole delle Lanze, nell’Astigiano. Arrivarono senza soldi e senza conoscere nessuno. «Scesero dal treno senza sapere dove andare», ricorda Claudia Reichenbach, «per qualche giorno dormirono in una pensione, poi, quando finirono quei pochi mezzi che avevano, non sapevano davvero come fare». Fu allora che incontrarono la famiglia Albezzano. Ernesto, Luigina e la figlia Piera li accolsero nella loro casa modesta, cedendo loro persino il letto matrimoniale. «Li ospitarono senza chiedere nulla», racconta la figlia di Sara, «e li protessero come se fossero di famiglia». I Disegni rimasero lì circa un mese, sostenuti in silenzio.
Poco dopo si aprì un’altra possibilità. Nella cascina dei Rivella, poco distante, si era liberata una stanza. Mario e Maria, contadini che vivevano del lavoro nei vigneti, aprirono le porte di casa alla famiglia Disegni, ospitandola fino alla fine della guerra. Una scelta rischiosa, in un paese piccolo dove le voci correvano veloci. «C’era una contadina che lavorava come domestica a Torino e un giorno li riconobbe: “gli ebreu”, disse», racconta. «Mio nonno si spaventò e pensò subito di doversi spostare di nuovo, ma furono i Rivella a fermarlo, rassicurandolo». Come scriverà Sara, «alle nostre perplessità Mario e Maria prontamente ci dissero: non vi muovete da casa nostra, nessuno parlerà, nessuno farà la spia ai tedeschi». E così fu: la famiglia Disegni si salvò da guerra e persecuzioni, rimanendo a Castagnole delle Lanze fino alla primavera del 1945, quando arrivò la Liberazione.
Dopo la guerra Donato tornò per primo a Torino; Nennella restò dai Rivella con le figlie per poi raggiungere il marito sotto la Mole. «Negli anni i miei nonni, mia madre e mia zia hanno continuato a frequentare i Rivella e gli Albezzano», ricorda Reichenbach. «Ci si vedeva soprattutto durante la vendemmia, andavamo a dare una mano: era un rapporto fatto di affetto vero, di riconoscenza profonda». Un legame che ha attraversato le generazioni e che oggi trova ulteriore riconoscimento nel titolo di Giusti tra le Nazioni, conferito da Yad Vashem a chi, come ha scritto Sara Disegni, «nei momenti più bui della storia, ha saputo scegliere la solidarietà e l’umanità».
Daniel Reichel