CHANUKKAH – Aristobulo, Pompeo e quella fiammella interiore

Chanukkah non porta solo la luce nel ciclo dell’anno ebraico, ma è un momento in cui la memoria storica e la ricerca di senso si intrecciano, invitando a interrogarsi sulla propria identità. Come osserva Theo Lapierre su Tribune Juive, il racconto dei Maccabei e del loro rifiuto di lasciarsi assorbire da una potenza culturale dominante è diventato nel corso dei secoli un simbolo tenace di resistenza. Un gesto che parla anche a chi, oggi, si confronta con una sensazione di marginalità o di dispersione. Questo nucleo luminoso della tradizione convive però con un’altra parte della storia, meno nota e tuttavia fondamentale per capire il corso degli eventi: Lapierre richiama un aspetto meno conosciuto della storia ossia il destino della dinastia degli Asmonei succeduti ai primi sovrani, giusti e fedeli allo spirito dei loro antenati. I primi re hanno incarnato una leadership coerente con il retaggio di Giuda, Mattatia e Shimon ma, con il passare delle generazioni, il potere finì per trasformarsi in un mezzo di corruzione. Gli ultimi re asmonei, non discendenti da Davide, si concessero prerogative illegittime e si allontanarono in modo evidente dalla Torah. Il loro governo, spiega Lapierre, invece di consolidare l’autonomia conquistata con fatica, ebbe effetti destabilizzanti, con ripercussioni molto negative per il popolo ebraico. delle quali subiamo ancora oggi le conseguenze. La fragilità interna aprì la strada a un intervento esterno destinato a cambiare in modo irreversibile la storia della Terra d’Israele. L’episodio chiave è la guerra civile tra Ircano II e Aristobulo II, figli della regina Salomè Alessandra: il regno di quest’ultima rappresentò uno dei momenti più prosperi dell’era del Secondo Tempio, grazie alla sua saggezza e alla sua capacità di mantenere equilibrio tra poteri diversi ma alla sua morte la competizione tra i due eredi degenerò e si trasformò in un conflitto che non fu risolto internamente. Invece di regolare le dispute secondo le logiche di una sovranità autonoma, i due fratelli invitarono Roma, il più grande impero del tempo, a farsi mediatrice. Questo gesto si rivelò invece un errore strategico di proporzioni enormi: Pompeo, comandante romano, non aveva alcun interesse particolare per la causa giudaica e colse l’occasione per intervenire e occupare la regione, rompendo una tradizione di rapporti indiretti e di influenza limitata. Roma entrò così nella storia della Terra d’Israele come potere dominante. Ircano fu collocato sul trono perché era il più debole, un sovrano-manichino facilmente controllabile. Il vero centro di potere, però, non era ebraico: era quello di origine edomita di Antipatro e poi di suo figlio Erode il Grande. In questa sovrapposizione di debolezze interne e appetiti esterni si fissò un passaggio che avrebbe proiettato ombre lunghe sulla storia successiva. Alla luce di questo scenario, la fiala d’olio che continua a bruciare diventa la metafora di una continuità che resiste nonostante fratture, errori e derive. Ricorda che a volte basta un nucleo minimo per riaccendere un’intera storia. È la scintilla interiore, il Pintele Yid, descritto da una tradizione antica che non è una graduatoria. Non si è “più” o “meno” ebrei in base a pratiche, coinvolgimenti o opzioni personali, prosegue Lapierre. È un’eredità che ci precede e ci accompagna, talvolta silenziosa, talvolta più visibile, ma sempre presente. Riconoscerla significa accettare che il legame identitario può essere diverso nelle forme e nelle intensità, e che proprio questa varietà costituisce una parte della sua realtà. Chanukkah, con la sua progressione di luci, suggerisce che ogni storia personale possiede il proprio modo di illuminarsi, senza proclamazioni e senza l’obbligo di assomigliare ad altre.