USA – Il diritto internazionale? Non è materia per sindaci
La voce di Zohran Mamdani, il prossimo sindaco di New York, è sempre più presente nel dibattito politico negli Usa. Come scrive Adam Lehrer sul Tablet le sue prese di posizione, spesso formulate come certezze morali, si appoggiano di frequente a un concetto evocato come se fosse indiscutibile: il diritto internazionale. È un’espressione che Mamdani utilizza per conferire ai propri argomenti un’autorità superiore, come se esistesse un corpus di norme universali pienamente operative e in grado di vincolare Stati e istituzioni ovunque. Il problema è che l’efficacia del diritto internazionale non coincide con l’uso che se ne fa nel discorso pubblico – continua Lehrer – e non esiste un ordinamento globale dotato di strumenti coerenti e capaci di intervenire ovunque con la stessa forza. Le grandi potenze non hanno ratificato o riconosciuto in modo pieno i meccanismi giudiziari internazionali; altre li hanno accettati con riserve tali da limitarne l’azione. Ne deriva che l’invocazione del diritto internazionale, così frequente nelle argomentazioni del controverso esponente democratico, descrive più un’aspirazione che una struttura normativa davvero applicabile. La distanza tra la retorica e la realtà emerge in modo chiaro quando il diritto internazionale viene mobilitato per sostenere iniziative locali o prese di posizione cittadine, come se un’amministrazione municipale potesse richiamare a sé competenze proprie di organismi sovrani. L’argomento funziona a livello simbolico, dà l’impressione di una cornice stabile, ma non modifica la natura del diritto stesso né la sua capacità di incidere sui rapporti di forza globali. Questo non significa negarne il valore. Il diritto internazionale è un linguaggio indispensabile per nominare violazioni, definire principi e fissare aspettative comuni. Ha una funzione etica, culturale e diplomatica tutt’altro che secondaria. Ma scambiarlo per un meccanismo immediatamente operativo, come tende a fare Mamdani, significa attribuirgli un potere che non ha e che rischia di confondere il piano della discussione pubblica. L’analisi che viene proposta su Tablet ricorda un punto essenziale: il diritto internazionale esiste nella misura in cui trova riconoscimento politico. Senza una volontà degli Stati di applicarlo, resta una risorsa discorsiva, non uno strumento coercitivo. L’ambizione di Mamdani di farne la misura ultima di giudizi e azioni collettive rivela piuttosto il bisogno di un riferimento stabile in un contesto percepito come instabile, ma la ricerca di stabilità non basta a produrre un sistema normativo realmente universale. Tenere insieme queste due dimensioni – il valore del linguaggio del diritto e i suoi limiti strutturali – permette forse una lettura più equilibrata senza alimentare illusioni. Come quella, più volte evocata da Mamdani, di fare arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu appena metta piede a New York.