TORINO – La Comunità saluta rav Somekh
Nella prima sera di Chanukkah, festa della luce e dell’inaugurazione, la Comunità ebraica di Torino si è riunita per salutare rav Alberto Moshe Somekh dopo 32 anni di servizio. «La sala del nostro centro sociale era strapiena. La partecipazione è stata ampia e sentita», racconta il presidente degli ebrei torinesi, Dario Disegni.
Per Disegni la serata ha avuto un significato simbolico. «Chanukkah in ebraico vuol dire inaugurazione», ricorda. «E in questo caso ha accompagnato la conclusione del lungo servizio torinese di rav Somekh e l’inizio di una nuova fase della sua vita». Con il nuovo anno il rav si trasferirà in Israele, dove vivono due dei suoi quattro figli. «È stata, in un certo senso, una Chanukkah anche per lui, l’inaugurazione di un nuovo percorso».
Disegni ha sottolineato come rav Somekh sia stato per la Comunità «un grande maestro, di profonda cultura e preparazione, capace di trasmettere i principi dell’ebraismo a giovani e adulti. Ha fatto un grande lavoro come direttore della Scuola Rabbinica Margulies-Disegni». Nel corso della serata la Comunità ha ringraziato anche «la moglie Alessandra per l’impegno costante nello studio, nell’attenzione alle persone fragili e nella vita comunitaria».
La serata si è svolta a poche ore dall’attentato avvenuto a Sydney durante l’accensione pubblica della chanukkiah. «Chanukkah è la festa della luce, ma arriva in un momento buio. Il nostro auspicio è che le luci riescano a prevalere sulle tenebre», commenta Disegni.
In un messaggio inviato agli ebrei torinesi, rav Somekh esordisce spiegando che «i Maestri dicono che ci si deve congedare con parole di Torah, perché così facendo le parti si rammenteranno a vicenda». Richiama poi il legame tra la fine e l’inizio del testo biblico, ricordando che associando l’ultima lettera della Torah alla prima si ottiene la parola lev, cuore, e che «il Misericordioso esige il cuore». Ripercorrendo il cammino condiviso, il rav ricorda di aver svolto il proprio servizio «senza nessun altro interesse che promuovere la Torah e l’ebraismo» e ringrazia la Comunità «per aver contribuito, chi con il suo sostegno, chi mediante le sue obiezioni», alla sua crescita umana, intellettuale e spirituale. Il suo saluto è anche un’occasione per indicare alcune priorità per il futuro all’ebraismo torinese. «Su tre cose il mondo poggia: sulla Torah, sul servizio divino e sulle opere di bene», spiega Somekh, sottolineando la centralità dello studio e della formazione. Il suo invito è a non trascurare la preghiera e la partecipazione alle funzioni in sinagoga, ricordando che «la forza delle nostre Comunità ci vuole uniti fisicamente». E infine richiama il dovere dell’assistenza e dell’attenzione verso le persone più fragili come parte essenziale della vita comunitaria.
«La Torah si conclude con l’invito: בחיים ובחרת “sceglierai la vita” (Devarim 30, 19). È lecito domandarsi: chi potrebbe fare una scelta differente?», si chiede in conclusione Somekh. «La risposta è semplice: ci sono ebrei che chiedono alla Comunità soltanto un aiuto a sopravvivere. Il loro interesse ebraico è limitato a vedersi garantito di finire i propri giorni senza essere perseguitati: null’altro. Non basta! La Torah ci insegna piuttosto a vivere l’ebraismo come un valore positivo e a ciò ci invita».
(Nell’immagine, al centro rav Alberto Moshe Somekh; a sinistra la moglie Alessandra; a destra, il rabbino capo di Torino, Ariel Finzi)
d.r.