CINEMA – Boicottati ai festival, campioni su Netflix: la guerra culturale che non torna
A Malmö, in Svezia, il Jewish International Film Festival doveva essere un momento di festa. Un piccolo gioiello culturale, in programma a inizio dicembre 2025, per celebrare 250 anni di presenza ebraica nel paese. I poster sono stati stampati, gli ospiti invitati e i film messi in scaletta. Poi, tutto è finito ancora prima di iniziare. «Nessun cinema della città voleva partecipare», ha spiegato all’emittente SVT Ola Tedin, una delle organizzatrici. Non è una storia isolata. A Strasburgo, in Francia, il festival Shalom Europa è stato “rinviato” due volte, di fatto cancellato. A Chennai, in India, l’Israeli Film Festival è stato annullato perché ritenuto “politicamente insensibile”. Quanto alla Turchia, una parlamentare del partito di governo, Özlem Zengin, ha chiesto che tutti i film sulla Shoah siano banditi sull’intero territorio nazionale fino alla conclusione della guerra di Gaza. Dal 7 ottobre 2023, il cinema è diventato in tutto il mondo un terreno di scontro. L’empatia e la curiosità per l’altro si sono caricati di implicazioni un tempo impensabili e prendere posizione è diventato più importante che capire. Alcuni organizzatori invocano “ragioni di sicurezza”. Il Toronto Film Festival inizialmente ha invece addotto “questioni di diritti” per non proiettare il documentario israeliano The Road Between Us, la storia del generale in pensione Noam Tibon che dopo l’attacco di Hamas si mette in macchina e va a salvare i suoi.
Il copyright dei video dell’attacco era dei terroristi di Hamas e a loro andava richiesta la liberatoria, secondo gli organizzatori del festival. La surreale richiesta ha fatto il giro del mondo e alla fine, il film è stato programmato.
Altri sono più chiari: «Solidarietà con i palestinesi» vuol dire no ai film israeliani. L’esempio più clamoroso, la catena di cinema inglese Picturehouse che di recente ha rifiutato di ospitare i film del Seret International Film Festival, il più importante festival inglese sostenuto dall’ambasciata d’Israele, il Ministero israeliano della Cultura e l’Israel Film Fund.
Il risultato è uno scenario in cui il diritto alla protesta sconfessa la libertà artistica e le buone intenzioni sfumano nella censura. Ad arroventare la situazione, i ripetuti appelli al boicottaggio lanciati da artisti famosi in tutto il mondo. Come prevedibile, la guerra ha spaccato Hollywood. A settembre, oltre 5mila attori e registi hanno sottoscritto l’appello Film Workers for Palestine per boicottare le istituzioni di Israele.
In Italia i primi effetti si sono visti al Festival del cinema di Venezia, con l’invito (non raccolto dagli organizzatori) a escludere Israele. In risposta, altri mille artisti hanno firmato un contro-appello affermando che i boicottaggi culturali sono l’altra faccia dell’intolleranza. E se si considera il ruolo degli artisti israeliani nel dare voce, in questi decenni, alle ragioni dell’opposizione e ai diritti dei palestinesi la dichiarazione suona ancora più accorata. Da poco lo scontro si è però spostato dal red carpet al piano legale. A ottobre, il Louis D. Brandeis Center for Human Rights under Law, un’organizzazione legale statunitense, ha inviato un formale memorandum agli studios e ai festival.
Il messaggio è chiaro: boicottare gli artisti, le compagnie, le istituzioni israeliane e gli ebrei significa violare le leggi americane contro la discriminazione e la tutela dei diritti civili. «Nessuno», scrive il Brandeis, «ha il diritto di punire gli artisti per chi sono o per il luogo da dove vengono». Subito dopo, l’organizzazione inglese Lawyers for Israel si è rivolta alle sedi di Netflix, Disney, BBC, Amazon e ad altri studi nel Regno Unito per spiegare che il boicottaggio auspicato da Film Workers for Palestine può implicare serie ripercussioni legali. Sostenerlo, chiariscono i legali, significa discriminare «non solo in base alla nazionalità ma in base alla religione e all’appartenenza etnica» in violazione dell’Equality Act. Intanto, i festival riscrivono i programmi, i distributori procedono con cautela e alcuni giovani registi, ha raccontato Jewish Insider, modificano la propria biografia sostituendo alla nazionalità israeliana un generico “mediorientale”.
I numeri confermano il disagio. Nell’ultimo anno, i film a tema ebraico o finanziati da Israele approvati dai maggiori studios americani sono calati: ogni progetto è vagliato in base al rischio di polemiche. Sulle piattaforme streaming tira però tutta un’altra aria. La serie israeliana Fauda è fra le più viste, la nuova stagione di Nobody wants this è in arrivo e la serie No One Saw Us Leave, che ricostruisce lo scontro fra due famiglie che negli anni Sessanta ha scosso la comunità ebraica messicana, sta scalando le classifiche. Sarà che lo si guarda in privato, saranno i contenuti più leggeri ma il piccolo schermo sembra resistere al panico morale che sta inghiottendo il cinema. È un dato in netta controtendenza e fa riflettere: se il boicottaggio tiene in pubblico ma affonda quando a scegliere sono gli spettatori, non sarà che alla fine è tutta una grande performance?
Daniela Gross