CALCIO – Curaçao al Mondiale, un’impresa con radici ebraiche
Lo stupore, l’euforia, il grande sogno, hanno il volto tra gli altri dell’attaccante Kenji Joel Gorré. Trentuno anni, cresciuto nelle giovanili del Manchester United, poi giramondo in molti paesi con esperienze dall’Inghilterra all’Olanda, dal Portogallo al Qatar, ha fatto in estate la scelta in controtendenza di accasarsi nel campionato israeliano. «Yalla, Maccabi Haifa. Let the mission begin», scriveva sul suo profilo Instagram, esibendo un sorriso raggiante e sfidando qualche hater che non ha perso l’occasione di esprimergli il proprio disappunto.
Quattro mesi dopo, quello stesso sorriso ha incorniciato una delle imprese più incredibili della storia del pallone. Perché Gorré è di Curaçao, l’isola caraibica al largo delle coste del Venezuela riscoperta dalla stampa sportiva: a novembre Curaçao è diventato il più piccolo paese a qualificarsi alla fase finale dei Mondiali di calcio. Ed era forse destino visto che il prossimo anno il torneo della Fifa si disputerà non troppo lontano dalle magnifiche spiagge locali, nell’edizione nord e centroamericana in programma fra Canada, Stati Uniti e Messico. E se Israele non ci sarà, e fin qui nulla da stupirsi, e se l’Italia si giocherà l’accesso al Mondiale agli spareggi di marzo, e purtroppo anche questa non è più una novità, la minuscola Curaçao ce l’ha fatta dopo un cammino sorprendente nel suo girone, strappando il pass con un decisivo pareggio per 0 a 0 in casa della rivale Giamaica. In campo c’era anche lui, Gorré, una delle colonne della nazionale guidata dall’olandese Dick Advocaat, noto come il “piccolo generale” e vero e proprio emblema del “giramondismo” avendo guidato in carriera (prima di Curaçao) le nazionali di Paesi Bassi, Emirati Arabi Uniti, Serbia, Corea del Sud, Belgio, Russia e persino Iraq. Curaçao, diventato uno stato indipendente nel 2010, sarà la quinta compagine caraibica a disputare un Mondiale dopo Cuba, Haiti, Giamaica e Trinidad e Tobago.
La qualificazione ha suscitato euforia anche nella piccola comunità ebraica locale, circa 350 persone di origine sia sefardita sia ashkenazita, custodi, nella capitale Willemstad, di una magnifica sinagoga del Settecento, che è anche la più antica in uso nelle Americhe e forse l’unica ad avere il pavimento coperto di sabbia caraibica, ma anche di un primato calcistico rivendicato con orgoglio in queste settimane. Negli anni Sessanta a portare per la prima volta Curaçao “sulla mappa” del calcio fu un ebreo, Mordy Maduro. Dirigente calcistico, Maduro fu presidente del Comitato Olimpico Nazionale delle Antille Olandesi dal 1954 al 1972 e in quegli anni fece anche parte del comitato esecutivo della Fifa. «Ha guidato le nostre federazioni calcistiche locali per due decenni. Ha contribuito a portare squadre straniere a Curaçao molto prima che i riflettori globali diventassero protagonisti», gli ha reso omaggio il museo ebraico di Curaçao all’indomani dell’impresa di Gorré e soci. Maduro aveva una speranza: «Curaçao che brilla sulla scena mondiale». E se quel sogno è oggi realtà è anche per merito di chi ha trasformato il dilettantismo pionieristico delle origini, permeato anche dal contributo di alcuni ebrei che lasciarono l’Europa negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, fondando a Curaçao alcuni impianti sportivi, in un movimento sempre più strutturato e tendente al professionismo. Vari atleti di quella che è nota come “Onda Blu” militano in Europa, a conferma della crescita del sistema. Tra loro il centrocampista Livano Comenencia, oggi in forza al Zurigo, con un passato nella Juventus Next Gen.
Adam Smulevich