CULTURA – L’Illuminismo ebraico e le sue autrici

Un aspetto significativo dell’Haskalà (l’Illuminismo ebraico) è il ruolo delle maskilot, donne che parteciparono attivamente al movimento da protagoniste. Contrariamente all’idea diffusa, furono numerose e produssero testi in ebraico di alto livello. Le ricerche più recenti hanno messo in luce la loro importanza, ricostruendo – almeno in parte – una “Haskalà al femminile” prima ignorata. Negli archivi sono stati rinvenuti scritti di circa trenta autrici, raccolti in un’antologia curata da Tova Cohen e Shmuel Feiner, prove concrete della loro presenza intellettuale. Gran parte di queste donne non pubblicò mai le proprie opere e molta della corrispondenza è andata perduta. È quindi plausibile che il numero delle lettrici e scrittrici fosse molto più ampio di quanto documentato. Le maskilot si esprimevano soprattutto in lettere, traduzioni e saggi; poche si cimentarono con poesia e narrativa, ma furono proprio questi testi a ribaltare la visione tradizionale di una letteratura ebraica femminile nata solo nel Novecento.
L’istruzione femminile, più informale di quella maschile, comprendeva l’ebraico, le lingue straniere e testi secolari. Alcune famiglie sostennero le figlie nello studio, ma matrimonio e maternità ne segnarono spesso la fine, salvo eccezioni. Secondo alcune studiose israeliane, molte donne raggiunsero un livello linguistico superiore a quello dei coetanei maschi, dediti principalmente allo studio del Talmud. Le maskilot non rifiutarono apertamente la tradizione, ma ne diedero letture critiche, rivolgendo la loro protesta, per lo più, alla loro esperienza di vita. Nelle lettere di figure come Bertha Kreidman e Miriam Markel-Mosessohn emergono consapevolezza femminista e denuncia dell’emarginazione sociale subìta. Un esempio particolarmente significativo è quello di Miriam Markel-Mosessohn (Suwałki, 1839–1920). In una prima lettera, datata luglio 1863 e indirizzata al rabbino Shlomo Zalman Landsberg, Markel-Mosessohn denunciava apertamente il disprezzo riservato all’istruzione delle donne.
Qualche anno più tardi, in un’altra missiva — probabilmente del 1868 — a Yehuda Leib Gordon, ammetteva la distanza tra le proprie convinzioni femministe e la consapevolezza di non poterle esprimere pubblicamente. Ancora più notevole è una lettera personale, non datata, indirizzata ai fratelli Yosef e Simon, nella quale inserì un breve racconto dal messaggio inequivocabilmente femminista. Presentato come la semplice cronaca di un episodio avvenuto nella sua città natale, Suwalki, il testo si rivela in realtà essere il primo racconto femminista ebraico, intitolato La saggezza della donna di Suwalki è come quella della donna di Tekoa. La donna di Tekoa, figura senza nome presente in II Samuele, è descritta come una “donna saggia”. È chiara la corrispondenza tra questa figura e la contemporanea donna di Suwałki, entrambe interpreti di una saggezza femminile che interviene nei momenti di crisi, per guidare, persuadere e riportare equilibrio. La narrazione, elegante e stratificata, è costruita su una doppia agenda: da un lato aderisce al linguaggio sociale e maschile dominante, dall’altro promuove la parità di genere. Al centro del conflitto si contrappongono l’autorità religiosa, rappresentata da un rabbino, e la gente comune, incarnata da una donna, la quale alla fine trionfa.
Un’altra donna fondamentale nel panorama letterario ebraico è Rachel Luzzatto Morpurgo (Trieste, 1790–1871), poetessa ebrea italiana e prima autrice moderna a scrivere interamente in ebraico. Cresciuta in una famiglia colta, ricevette un’educazione approfondita nelle sacre scritture e, nonostante matrimonio e maternità, continuò a scrivere. A partire dal 1847 le sue poesie furono pubblicate regolarmente sul periodico Kokhevè Yitzchaq, grazie anche al sostegno del cugino Samuel David Luzzatto (Shadal).
Nei suoi testi, Rachel Luzzatto Morpurgo intrecciò tradizione, identità femminile e riferimenti biblici, talvolta in chiave critica. Pur firmandosi con modestia con lo pseudonimo Rimà (“la piccola Rachel Morpurgo”), ebbe una risonanza tale da ricevere omaggi poetici da contemporanei e una raccolta postuma (Ugav Rachel, 1890). La sua poesia, densa di simboli biblici e tensione spirituale, esprime al tempo stesso fede e disagio per la condizione femminile e personale. Per la studiosa israeliana Tova Cohen, la sua opera costituisce un “palinsesto”: una voce femminile che, pur radicata nella tradizione religiosa, seppe inserirsi nel circuito culturale maskilico, contribuendo alla rinascita della letteratura ebraica moderna.
Con questa poesia, intitolata Aborto della moglie di Ya’aqov Morpurgo, scritta nel 1847, Rachel Morpurgo esprime il disagio per la notorietà raggiunta grazie ai periodici:

Geme la mia anima mia geme perché amara, così amara è la sorte!
Inorgoglito, si innalzò il mio spirito,
ho udito una voce dire: “Il tuo canto è sopraffino!
Chi, o Rachel, nel canto è dotta a par tuo?”
Il mio spirito risponde: si è alterato il mio profumo,
esilio dopo esilio, si è inasprita la mia pelle,
il mio gusto è mutato, la mia vigna l’han potata.
Per timore di vergogna non canterò più.
Mi volgo a nord, a sud, a oriente e a occidente:
la sapienza delle donne cosa leggera è stimata in ogni dove.
Dopo pochi anni, chi davvero ne serberà memoria
più che per un cane morto in città o nella regione?
Viandanti e cittadini, ognuno farà fede:
non c’è scienza per la donna se non nel fuso.

E ancora, nel 1861, Rachel scrisse:

Prima di invecchiare, quando non dormivo,
ho tessuto una canzone.
Con Labano vivevo e quindi ritardavo;
Sicuramente dicevo a me stessa: la pena finirà.
Ho aspettato senza sosta finché non ho nascosto il libro
e la penna dicendo: fuori!
In effetti, ho capito: la speranza era vana.
Ora ho visto: la sua parola è fallace.
E anche se con dolore ogni giorno che desidero,
ho atteso con ansia l’aiuto di Dio.

Anche la rappresentazione letteraria di Pinellia Adelberg, protagonista di Ahavat Yesharim o Ha-Mishpahot Ha-Murdafot (Vilna, 1881), merita attenzione. Si tratta della prima eroina autonoma, emancipata e virtuosa nella letteratura ebraica moderna. La sua autrice, Sara Feiga Meinkin Foner (1854–1937), fu inoltre la prima donna a pubblicare narrativa in ebraico — un gesto rivoluzionario in un contesto in cui le donne erano quasi del tutto escluse dallo studio della lingua.
Già a cinque anni e mezzo Meinkin iniziò a studiare l’aleph-bet e, vent’anni dopo, divenne la prima donna a pubblicare un romanzo in ebraico. Il titolo dell’opera, Ahavat Yesharim o HaMishpahot HaMurdafot, richiama volutamente Ahavat Zion, considerato il primo romanzo ebraico moderno, scritto dal lituano Avraham Mapu e uscito nel 1853. Nonostante le critiche iniziali, Meinkin continuò a scrivere, firmando due novelle, alcuni racconti e un breve libro di memorie. Con la scrittura e con la figura di Pinellia, Meinkin diede voce a una prospettiva femminile inedita. La protagonista non si limita a rifiutare i matrimoni combinati in nome dell’amore romantico, ma rompe la rigida dicotomia che dominava la narrativa ottocentesca: da un lato, eroine passive e premiate; dall’altro, donne attive e per questo punite. Pinellia è invece attiva e virtuosa, e viene ricompensata.
Questa rappresentazione, unica per l’epoca, costituì un punto di svolta nella costruzione dei personaggi femminili. Tuttavia, non fu accolta positivamente: il critico David Frishman (1859–1922) condannò duramente il romanzo, e la sua stroncatura ne accelerò l’oblio, cancellando anche il modello innovativo incarnato da Pinellia. Nonostante i tentativi di cancellare o marginalizzare l’estro femminile, questi non hanno avuto effetti duraturi, come dimostrano numerosi studi condotti negli ultimi decenni. La letteratura femminile in Israele ha continuato a consolidarsi, fino a diventare oggi una componente essenziale della cultura israeliana. La conoscenza della produzione letteraria femminile durante l’epoca dell’Haskalà rappresenta un elemento fondamentale per comprendere l’evoluzione della letteratura ebraica, dal periodo della diaspora all’arrivo nella Terra di Israele, fino alla contemporaneità.

Luisa Basevi

Nell’immagine: un dettaglio di Ugav Rahel (“Arpa di Rachele”) di Rachel Luzzatto Morpurgo