FRANCIA – Il mito di BB fra libertà ed esclusione
Brigitte Bardot ha occupato un luogo ambiguo nell’immaginario europeo, sospeso tra icona culturale e figura pubblica diventata via via più controversa. Negli anni del cinema la sua presenza sullo schermo ha incarnato una forma di libertà nuova, un corpo e uno sguardo che rompevano le geometrie morali della Francia del Dopoguerra. Come ricorda Robert Zaretsky sul Forward, il suo volto e i suoi ruoli furono letti da intellettuali come Simone de Beauvoir come il segno di una femminilità non più disciplinata, capace di scardinare senza proclami le convenzioni sociali. Quel mito, tuttavia, non si è dissolto con il ritiro dalle scene: si è spostato altrove assumendo nel tempo un profilo sempre più politico. L’impegno di Bardot per la difesa degli animali, intenso e autentico, è diventato il fulcro della sua identità pubblica, ma proprio intorno a questo tema si è prodotta una torsione del linguaggio che ha finito per sovrapporre la protezione animale a una critica aggressiva delle minoranze religiose. Nel corso degli anni Novanta e Duemila, Bardot ha moltiplicato dichiarazioni contro l’immigrazione e contro l’Islam, fino a includere l’ebraismo presentando la macellazione rituale (shekhità) come una violenza incompatibile con la Francia. In una lettera aperta del 2014, citata da Arno Rosenfeld sul Forward, la shekhità e gli usi halal vengono assimilati a pratiche estranee, descritte come «sacrifici» che tradirebbero l’identità nazionale. È in quel passaggio che molte comunità ebraiche hanno smesso di leggere queste prese di posizione come semplici provocazioni. La reazione non fu soltanto emotiva ma istituzionale: Moshe Kantor, allora presidente dello European Jewish Congress, parlò di affermazioni offensive e discriminatorie, sottolineando come il divieto della macellazione casher non sia una questione marginale ma tocchi il cuore stesso della libertà religiosa. La sua critica, riportata dal World Jewish Congress, metteva in evidenza un punto spesso eluso nel dibattito pubblico: quando una pratica centrale dell’identità ebraica viene rappresentata come una minaccia culturale, il confine tra tutela animale e stigmatizzazione collettiva diventa labile. In Francia, le parole di Bardot non sono rimaste senza conseguenze: i tribunali hanno condannato l’attrice più volte per incitamento all’odio, riconoscendo che il suo linguaggio eccedeva la critica legittima e contribuiva a un clima di esclusione. Nel frattempo, il suo avvicinamento alla destra radicale e il sostegno esplicito a Marine Le Pen hanno consolidato l’impressione che l’animalismo bardottiano non fosse più separabile da una visione identitaria della nazione, e per uno sguardo ebraico questa traiettoria non solleva tanto un problema di coerenza personale quanto una questione di linguaggio pubblico. La stessa figura che ha incarnato una libertà senza confini simbolici è diventata negli anni una voce pronta a tracciare confini netti, distinguendo chi può appartenere e chi no dando il senso di un cortocircuito: tra un passato in cui il corpo liberato apriva spazi e un presente in cui le parole contribuiscono a restringerli.