ISRAELE – Dalla Francia un appello all’unità (e alla leva)

Nel dibattito spesso aspro sul rapporto tra mondo haredi e servizio militare in Israele, si inserisce una voce che non coincide con nessuna delle categorie direttamente coinvolte. A scriverla una lettera aperta pubblicata a fine dicembre su Tribune Juive non è stato un politico israeliano né un ufficiale dell’esercito, né un’autorità rabbinica ultraortodossa: Gérard Darmon si presenta come un ebreo della diaspora che guarda a Israele con partecipazione e inquietudine, e che sceglie la forma epistolare per rivolgersi a un «fratello haredi» che rifiuta l’arruolamento nelle Forze di difesa israeliane. La lettera parla in un contesto difficile: per decenni una parte consistente della popolazione haredi è stata esentata dal servizio militare in nome dello studio della Torah, un equilibrio fragile che in anni recenti, e ancor più dopo il 7 ottobre, è diventato oggetto di forti tensioni sociali e politiche. Darmon apre il suo testo elencando le fratture che attraversano la società israeliana, dalle contrapposizioni politiche a quelle religiose, dalle differenze etniche alla polarizzazione attorno al governo Netanyahu. Non lo fa per indulgere nelle lamentele ma per collocare il rifiuto della leva dentro un quadro più ampio di disgregazione interna, qualcosa che a suo giudizio rende il paese più vulnerabile. Il tono resta quello di un dialogo interrotto, non di un atto d’accusa, e l’autore riconosce il valore dello studio, non lo tratta come un alibi o una fuga, ma insiste sull’idea che la tradizione ebraica non separa mai del tutto la dimensione spirituale da quella della responsabilità collettiva. Richiama passi biblici e principi halakhici noti, come il pikuach nefesh – l’obbligo di sospendere quasi ogni altra mitzvà per salvare una vita – per sostenere che la difesa concreta delle persone non è estranea all’ebraismo ma ne costituisce una delle espressioni più radicali. «Non è scritto che alcuni studiano mentre altri muoiono per difendere il popolo», osserva, traducendo in parole semplici un disagio che attraversa ampi settori della società israeliana. Nel testo affiora anche un elemento spesso rimosso: la paura della galut: Darmon mette in guardia dall’idea che l’emigrazione possa essere una soluzione individuale alla coscrizione, ricordando che l’antisemitismo in Europa e altrove non è un’astrazione teorica ma una realtà quotidiana. Israele, pur con tutte le sue contraddizioni, resta per lui lo spazio in cui la vulnerabilità ebraica si misura, senza deleghe. La lettera non ignora le difficoltà concrete dell’arruolamento per un giovane haredi e accenna alla necessità di adattamenti, di percorsi compatibili con l’osservanza religiosa, ma rifiuta l’idea che l’eccezione possa diventare sistema. Quando richiama il principio secondo cui «la legge del paese è legge», Darmon non lo usa come clava statalista, bensì come tentativo di tenere insieme appartenenza religiosa e cittadinanza. Il testo non pretende di chiudere il dibattito né di parlare a nome di Israele ma restituisce una inquietudine diffusa: la sensazione che, in tempi di guerra e di esposizione estrema, la questione dell’arruolamento sia una ferita simbolica che attraversa l’idea stessa di responsabilità condivisa. Non c’è enfasi, né retorica dell’eroismo, solo la voce di chi prova a parlare a un «fratello» sapendo che la distanza non è solo geografica.