EMERGENZA – Il direttore di Zaka Europa: «Da Sydney a Crans-Montana, restituiamo un nome ai defunti»

Alcuni dei volontari di Zaka erano appena rientrati in Israele da Sydney, dove avevano collaborato all’identificazione delle persone uccise nella strage di Bondi Beach. Altri sono partiti da Miami, dalla Gran Bretagna, dalla Francia. In poche ore si sono ritrovati a Crans-Montana, nel canton Vallese, per affrontare un’altra emergenza: affiancare le autorità svizzere nel difficile lavoro di identificazione delle vittime dell’incendio la notte di Capodanno costato la vita a quaranta persone nel locale Le Constellation.
«Abbiamo capito subito la gravità della situazione», racconta a Pagine Ebraiche Hagai Seneor, responsabile di Zaka per l’Europa. «In poche ore abbiamo mobilitato le squadre disponibili all’estero».
Zaka, acronimo ebraico che indica l’identificazione delle vittime di disastri, è un’organizzazione israeliana fondata nel 1995, negli anni in cui lo stato ebraico era sconvolto da continui attentati terroristici compiuti da palestinesi. Il suo lavoro affonda le radici nella legge ebraica e nel principio del kavod hamet, il rispetto dovuto ai defunti. «Secondo la Halakhah, tutto ciò che appartiene a una persona deve essere sepolto con lei», spiega Seneor. «Ogni frammento, ogni goccia di sangue. È un obbligo religioso, ma anche un atto umano fondamentale».
Nel corso degli anni, Zaka ha sviluppato competenze forensi molto specifiche: la raccolta minuziosa dei resti, l’analisi di frammenti ossei, dentali e biologici, il lavoro in contesti estremi in cui esplosioni o incendi rendono i corpi irriconoscibili. «Siamo diventati esperti in questo tipo di identificazioni», spiega Seneor. «Utilizziamo tecnologie avanzate e procedure precise per ricostruire un’identità anche quando sembra impossibile».
Un’esperienza che, negli ultimi due anni, ha avuto un costo umano altissimo. Dopo il 7 ottobre 2023, racconta Seneor, molti volontari di Zaka hanno lavorato senza sosta per settimane nei kibbutz e nelle zone teatro delle stragi di Hamas, confrontandosi con scene di violenza estrema. «Ci sono volontari che oggi faticano a dormire una notte intera», spiega. «Alcuni sono seguiti da professionisti. Le conseguenze di quello che hanno visto le stiamo pagando ancora adesso e stiamo lavorando per aprire un “centro di resilienza” per offrire supporto e riabilitazione psicologica a tutti i volontari». Nonostante questo, aggiunge, quando arriva una chiamata «sono sempre tutti pronti a partire, perché sanno che se non lo facciamo noi, spesso non lo farà nessun altro».
A Crans-Montana il contesto era particolarmente complesso: le ustioni hanno complicato il riconoscimento dei corpi e per giorni le famiglie hanno atteso notizie. L’intervento di Zaka si è inserito in un lavoro già avviato dalle autorità svizzere. «Noi non sostituiamo nessuno», sottolinea Seneor. «Le autorità locali fanno il loro lavoro. Noi portiamo esperienza, metodo e supporto, sempre in collaborazione». La cooperazione con la Svizzera, prosegue, è stata costante. «Siamo stati aggiornati su ogni passaggio, abbiamo lavorato fianco a fianco con la polizia, i medici, i responsabili locali. Eravamo tutti nella stessa sala operativa». Accanto alle istituzioni, anche la comunità ebraica locale ha svolto un ruolo di collegamento e sostegno, facilitando il dialogo con le famiglie.
Seneor insiste su un punto: Zaka interviene senza fare distinzioni. «Quando arriviamo su una scena non chiediamo se una persona è ebrea o no. Ogni essere umano è creato a immagine di Dio. Il nostro dovere è onorare il defunto, chiunque sia». Un principio che si riflette anche nel rapporto con i parenti delle vittime. «Il nostro lavoro non è solo per chi non c’è più», aggiunge. «È soprattutto per i vivi. Dare un nome a un defunto significa permettere a una famiglia di seppellirlo, di avere un luogo in cui piangerlo, di potersi confrontare con il lutto».
In Svizzera, l’intervento di Zaka ha accompagnato fino alla conclusione, avvenuta in queste ore, il processo di identificazione. Con il riconoscimento di tutte le vittime, tra cui la quindicenne con cittadinanza israeliana, britannica e francese Charlotte Niddam e le sorelle svizzere di 15 e 14 anni Alicia e Diana Gunst – la cui morte è stata annunciata dalla Comunità ebraica di Losanna –, il lavoro tecnico si è concluso, ma l’organizzazione ha continuato a sostenere le famiglie. «In Svizzera non avevamo una rappresentanza stabile», afferma Seneor. «Dopo questo evento abbiamo ricevuto decine di chiamate da comunità ebraiche in tutta Europa che ci chiedono di essere presenti. Non perché si aspettino tragedie, ma per essere preparati». Zaka sta lavorando per aprire una rappresentanza svizzera e guarda anche all’Italia. «Stiamo avviando contatti per costruire una presenza anche lì: ad esempio, ho parlato con la Consigliera della Comunità ebraica di Milano, Dalia Gubbay. Avere referenti locali significa poter intervenire più rapidamente e lavorare meglio con le autorità».
È un progetto che guarda al futuro con un auspicio sempre valido. «Noi speriamo non ci sia mai bisogno di noi, di non dover riconoscere qualcuno», conclude Seneor. «Ma se, Dio non voglia, qualcosa accade, vogliamo essere pronti. Questo è il senso del nostro lavoro».

Daniel Reichel