LA MOSTRA – Il Rotolo di Isaia, la profezia di pace e quella voce che arriva dal deserto
«Trovarsi di fronte all’ultimo chilometro della costituzione del canone biblico, entrare in contatto con pelli segnate dal tempo eppure magnificamente conservate, studiarne gli antichi restauri, le correzioni e le aggiunte, non parla solo all’intelletto. Il contatto con l’antico non si spiega, lo si vive. E per questo mi sento un privilegiato». Professore ordinario alla Facoltà di Teologia di Lugano, Marcello Fidanzio è il direttore scientifico di una mostra molto attesa, in preparazione a Gerusalemme al Museo di Israele. A Voice from the Desert (di cui sarà resa nota a breve la data di apertura, fra gennaio e febbraio) celebrerà i sessant’anni dall’istituzione del museo, esponendo per la prima volta dal 1968 il Grande Rotolo di Isaia nella sua interezza. Si tratta del più importante dei Rotoli del Mar Morto rinvenuti nell’area di Qumran tra il 1947 e il 1956. L’evento, anche per questo, ha una valenza storica. «Dal 1968 i visitatori possono vederne solo poche colonne esposte con rotazione trimestrale, una piccola porzione dell’insieme», spiega lo studioso. «Adesso invece tutto il rotolo si dispiegherà nella sua magnificenza di oltre sette metri, per l’esattezza sette metri e 34 centimetri».
Risalente al secondo secolo prima dell’era volgare, il Rotolo si compone di 54 colonne contenenti tutti i 66 capitoli della versione ebraica del Libro di Isaia: in occasione della mostra troverà dimora nella Bella and Harry Wexner Gallery, nel cuore del Museo d’Israele, e – come spiegano dal Museo stesso – sarà valorizzato «sia come manufatto archeologico sia come creazione storica unica». Un approccio inedito accompagnato da una feconda stagione di studi di cui Fidanzio è stato uno dei promotori, raccogliendo nel libro-catalogo The Great Isaiah Scroll il contributo dei 20 principali studiosi dell’argomento, a confronto con la materialità del Rotolo, con il contesto storico-culturale in cui fu elaborato e con il suo ruolo nella ricezione nei secoli del Libro di Isaia.
«Nel Rotolo di Isaia si specchia tutto l’Occidente», sottolinea. «Uno degli intenti di questa mostra è mettere al centro i valori che uniscono ebrei e cristiani: un tema a me molto caro». Fidanzio studia il Rotolo da anni: «Il grande rotolo è in realtà l’unione di due rotoli e due diverse manifatture. Ogni dettaglio è fondamentale per ricostruire un’epoca e farsi un’idea di cosa sia la Bibbia. Ci sono migliaia di tracce che si possono capire solo attraverso un’esperienza di ripetuto contatto».
A Voice from the Desert, realizzata dalla curatrice del museo Hagit Maoz con la collaborazione della studiosa Omrit Cohen, è di fatto un viaggio. E quel viaggio inizierà di fronte «alle ripide pareti» della Grotta n.1 dove furono ritrovati i primi sette rotoli di Qumran, offrendo al visitatore la possibilità di entrare “simbolicamente” in tale spazio. In quella grotta Fidanzio è entrato più volte. «Il contesto ambientale non è dei più semplici: le grotte hanno una loro fragilità, si sa; e poi gli animali del deserto, le iene, i pipistrelli. L’odore di guano è molto forte, un’esperienza sensoriale intensa. Ma vale la pena affrontare tutto per vivere dei momenti così, davvero irripetibili…».
Nella seconda parte della mostra saranno illustrate le più recenti ricerche e scoperte sul manufatto, «rivelando segreti sulla sua creazione, sui materiali utilizzati e sulla sua funzione». Fidanzio vede in ciò anche una sorta di “restituzione” per le emozioni raccolte in corso d’opera. «È il bello della cultura. Se si scopre qualcosa, nel condividerla in pubblico non si perde niente, ma ci si arricchisce tutti». Arricchiranno il “viaggio” anche alcune citazioni e profezie di Isaia. Tra le quali, forse la più conosciuta, di buon auspicio per il presente, la sua visione di una pace universale: «Forgeranno le loro spade in vomeri, e le loro lance in falci; nessuna nazione alzerà la spada contro un’altra, né impareranno più la guerra».
Adam Smulevich