SCAFFALE – Israele, il sionismo e quello squillo di tromba necessario

Der Judenstaat, “Lo stato degli ebrei”, il breve libretto pubblicato nel 1896 da Theodor Herzl (che raccoglieva e sviluppava i contenuti di una sua lettera inviata alla famiglia dei banchieri ebrei britannici Rotschild), com’è noto, ha letteralmente spezzato in due la storia contemporanea, e non solo quella ebraica, dal momento che ha dato uno straordinario impulso al movimento del sionismo politico, volto a realizzare la creazione di uno stato in cui anche gli ebrei – da due millenni sottoposti, in terre straniere, a continue discriminazioni, umiliazioni e vessazioni – potessero vivere con la dignità di liberi cittadini, uguali tra uguali, nella soro storica patria.

Non è vero, come spesso erroneamente si pensa e si dice, che il sionismo sia stato creato da Herzl, dal momento che l’anelito del ritorno a Sion era già scolpito in modo inequivocabile nei versi dei Salmi, che ricordano la nostalgia degli ebrei deportati in terra di Babilonia (“come potremo cantare i nostri canti in terra straniera”?). Dopo la caduta del Tempio e l’inizio dell’esilio, gli ebrei hanno sempre ricordato Gerusalemme (verso la quale sono orientati gli altari di tutte le sinagoghe del mondo), hanno sempre augurato, nel sèder di Pesach, di poterlo celebrare “l’anno prossimo, a Gerusalemme”, tutti i più grandi Maestri – come Maimonide e il Nachmanide – hanno sempre insegnato che ogni ebreo ha il dovere di sostenere e contribuire alla vita della Terra d’Israele, Shabbatai Zevi mosse verso la Terra promessa decine di migliaia di ebrei diseredati. Se, nell’età moderna, molti ebrei pensarono di potere conquistare la parità dei diritti anche come cittadini di altre nazioni, grandi pensatori, come Moses Hess, nel suo libro Roma e Gerusalemme, apparso nel 1862, e Leon Pinsker, col suo Autoemancipazione, del 1882 (quindi, anteriori al volume di Herzl) sostennero apertamente che l’unica soluzione per la liberazione del popolo ebraico dal suo destino di oppressione fosse la creazione di un proprio Stato in terra d’Israele. E la prima grande aliyah, ondata migratoria, che portò in Palestina migliaia di esuli dalla Russia, dalla Romania e dallo Yemen, avvenne già nel 1882, quindi prima dell’appello di Herzl. 

Eppure, fu solo la parola del giornalista ungherese (scritta sull’onda dello sgomento suscitato dalla furiosa vampata di antisemitismo che incendiò la Francia, nel 1896, a seguito del processo Dreyfus) a dare la spinta decisiva, affinché il sionismo diventasse un movimento nazionale vitale, potente ed efficace, in grado di portare effettivamente alla realizzazione del sogno. Nel 1948, dopo l’abisso della Shoah, il miracolo si sarebbe realizzato, lo Stato d’Israele sarebbe risorto (non certo nato dal nulla), il popolo ebraico avrebbe riacquistato la sua libertà, sovranità, dignità. 

Certo, la creazione di quello stato, che avrebbe dovuto portare alla fine dell’antisemitismo, non ha raggiunto, da questo punto di vista, il suo scopo. E, ho avuto modo di scrivere, meno male che Herzl non previde che tale obiettivo non sarebbe stato raggiunto, altrimenti questa consapevolezza, probabilmente, avrebbe frenato la sua incrollabile fede, il suo sogno visionario e tuttavia realistico. Perché la sovranità ebraica in terra d’Israele doveva esser raggiunta a ogni costo. Ogni carta geografica del mondo, con quella casella vuota, o occupata da altri colori, sarebbe un intollerabile errore politico, morale, nazionale, religioso. Quel libro che ha cambiato la storia, perciò, va sempre tenuto presente e riletto. Non come il libro che ha creato il sionismo, ma come lo squillo di tromba che ha svegliato uomini smarriti, sfiduciati, illusi, addormentati, chiamandoli a prendere in mano il loro destino.

Va salutata con grande favore, perciò, la riedizione del volume, per conto dell’Associazione Setteottobre, in una nuova traduzione di Daniele Scalise, corredata da un’illuminante prefazione di Stefano Parisi (presidente di Setteottobre) e un acuto saggio finale di Paolo Macry (Rileggendo Theodor Herzl): Theodor Herzl, Lo Stato degli ebrei, SeferOttobre, Vignate 2025, pp. 126. 

«Setteottobre – scrive Parisi nella sua prefazione – ha deciso di pubblicare una nuova edizione de Lo stato degli ebrei perché è urgente che i giovani, i loro professori, i giornalisti, gli opinion leader, leggano queste pagine che sono la base ideale del movimento sionista e che contengono i valori che hanno ispirato la realizzazione dello stato d’Israele». Un ‘urgenza determinata dalla crescente «distorsione e criminalizzazione del sionismo», dal triste e lugubre fenomeno che vede l’antisionismo diventare la «versione terzomondista dell’antisemitismo: “l’antisemitismo mascherato da antisionismo”, come disse il Presidente Giorgio Napolitano in occasione del Giorno della Memoria nel gennaio del 2007». 

«Visto…con il senno di poi – scrive Macry nella sua postfazione – il progetto di Herzl appare fortemente utopico, il suo accanito volontarismo della ragione è fortemente in anticipo sui tempi».  

Ma fu proprio la consapevolezza, invece, che i tempi fossero maturi ad animare Herzl nel suo progetto rivoluzionario: «Ora si tratta di dimostrare – scrisse – che il sogno può diventare un’idea chiara come la luce del giorno». Ed effettivamente, commenta Macry, «chiara come la luce del giorno è la sua idea».

A rileggere il libro, esso dimostra dei tratti per certi aspetti ingenui, fiabeschi, dal momento che l’autore si sofferma su questioni minute e specifiche (quali gli edifici da costruire, le abitazioni per i lavoratori, le ore lavorative, l’assistenza, il mercato, la bandiera, le lingue, gli incentivi industriali), considerando un particolare come tanti, non di primaria importanza, la questione di dove avesse dovuto nascere lo stato. Herzl appare a volte un fanciullo concentrato, solo con la sua intelligenza e fantasia, in un gioco di costruzioni. E credo che proprio questa semplicità, questo candore del libro abbia contribuito al suo straordinario successo.

Ma l’incertezza del profeta riguardo alla sede dello stato degli ebrei durò poco: esso sarebbe sorto in Erez Israel, e in nessun altro luogo. L’unica scelta possibile, una scelta obbligata, definitiva, irreversibile. 

Francesco Lucrezi, storico