VENEZUELA – Tre voci ebraiche tra speranza e cautela nel dopo Maduro
Senza Nicolás Maduro al potere, Judith, Brigitte e Leah sperano in un ritorno alle origini del Venezuela, quando era considerato la “Svizzera del Sud America”: prospero, stabile, capace di accogliere e integrare. È il Venezuela in cui la comunità ebraica era parte attiva della società, fatta di professionisti, medici, imprenditori. Come Isaac Abadí, padre di Brigitte, medico e fondatore del Centro nazionale per le malattie reumatiche, che ha dedicato la vita al sistema sanitario venezuelano senza mai voler emigrare, nemmeno negli anni più bui.
È il Venezuela raccontato a Leah (nome di fantasia) dai suoi genitori. «Dopo la Seconda guerra mondiale, molte navi dall’Europa non venivano fatte attraccare in altri porti. In Venezuela sì. La gente entrava in mare per aiutare i profughi a scendere, li portava a casa, dava loro da mangiare, vestiti». Un’accoglienza che, sottolinea, ha contribuito a costruire quel tessuto sociale.
Oggi quel passato riaffiora mentre il paese attraversa una fase di transizione incerta, dopo l’arresto di Maduro. Le immagini della cattura del presidente da parte degli americani hanno suscitato sollievo, ma senza illusioni. «È un sogno, ma nessuno si aspetta miracoli», spiega Judith Botbol Halfon, che segue la situazione dall’Italia – come Leah e Brigitte – mentre sua figlia vive a Caracas. «Non è una crisi che si risolve in due minuti», aggiunge Brigitte. Leah parla di una società ancora «stato in shock», in attesa di capire cosa succederà. Tutte concordano su un punto: la fine di Maduro è motivo di «grande felicità e sollievo», nella speranza che si apra «una nuova pagina, anche con l’aiuto degli americani».
Judith racconta che la figlia, nata e cresciuta a Milano e poi vissuta a lungo a Miami, ha scelto di stabilirsi a Caracas perché «adora la gente del Venezuela». Continua a spostarsi, ma non ha mai voluto andarsene del tutto. Vive da sola e si muove con una libertà che sorprende la madre. Negli ultimi anni, spiega Judith, la sicurezza sembrava persino migliorata, ma a prezzo di una repressione durissima della criminalità. «L’unica cosa che il governo Maduro aveva fatto “bene” era ridurla, ma con metodi brutali».
Nei ricordi di Brigitte e Judith, il Venezuela era considerato un modello di vita ebraica nella diaspora. «L’Agenzia ebraica lo definiva un’isola felice: strutture solide, scuole, sinagoghe, club sportivi, un tessuto sociale coeso». Una comunità senza fratture evidenti. «Non si stava a chiedere da dove venivi, se eri ashkenazita o sefardita. Eri ebreo, punto», ricorda Judith, il cui padre – Alberto Botbol Hachuel – aveva cofondato il Museo sefardita di Caracas. Fino agli anni Novanta la comunità contava 25–30 mila persone, numerose e istruite. «Se a una festa qualcuno stava male e si diceva “serve un medico”, ne arrivavano trenta», sorride Brigitte.
Oggi molto di quel mondo non esiste più. «Fa male pensare al lavoro di mio padre: il suo centro è stato quasi smantellato. Lui voleva restare fino all’ultimo», racconta. Abadí è morto di Covid nel 2020 mentre si trovava negli Stati Uniti per un bar mitzvah. «Avevo sempre pensato che al suo funerale ci sarebbe stato il mondo. Invece non c’era nessuno, nemmeno io». In Venezuela, però, il suo contributo non è stato dimenticato: è stata istituita una giornata nazionale della reumatologia in sua memoria.
Quasi tutta la famiglia di Brigitte, come la maggior parte degli ebrei venezuelani, ha lasciato il paese. L’esodo è iniziato a fine anni Novanta, non per antisemitismo, ma per il collasso politico, economico e della sicurezza. Molti sono partiti per Stati Uniti, Israele ed Europa. Chi è rimasto lo ha fatto per legami familiari, professionali o per mancanza di alternative, spiega Leah. Lei è emigrata subito dopo il liceo, «su pressione di mio padre, che non voleva crescessi in quel contesto di insicurezza e violenza».
Tutte sottolineano come l’antisemitismo non fosse parte della società venezuelana, almeno fino alla svolta impressa da Hugo Chávez nella seconda metà degli anni Duemila. Con il rafforzarsi dell’alleanza con l’Iran e la radicalizzazione del discorso politico, il clima è cambiato. Nel 2009, è arrivata la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele durante un’operazione a Gaza e la retorica ufficiale è diventata apertamente anti-israeliana. «Non c’erano spinte antisemite dal basso, ma il messaggio che arrivava dall’alto era chiaro», osserva Judith. Con Chavez si rafforzarono i legami con Teheran e con attori regionali ostili a Israele. Secondo inchieste e analisi internazionali, in Venezuela sono presenti centri di addestramento e basi logistiche riconducibili a Hezbollah, soprattutto in aree periferiche e di confine. Un elemento che ha aumentato l’inquietudine, insieme a un sostegno della causa palestinese sempre più marcato. «Non era la gente comune», precisa Leah. «Era il potere». Un punto condiviso da tutte. Judith ricorda anche l’irruzione notturna in una sinagoga sefardita e la reazione della città: persone di ogni estrazione davanti all’edificio con una candela accesa, in segno di solidarietà.
Oggi, dopo l’arresto di Maduro, la cautela resta alta anche per le parole della presidente ad interim Delcy Rodríguez, che ha definito l’intervento americano «di carattere sionista». Un linguaggio che non sorprende, ma invita a non abbassare la guardia. «È una retorica che conosciamo bene», sottolinea Brigitte. Rodríguez, aggiunge Leah, era il cambiamento più coerente per evitare scossoni, ma si augura di vedere alla guida del Venezuela, la premio Nobel per la Pace María Corina Machado. «È una forza della natura. È l’unica in cui vedo una possibilità reale di cambiamento».
Intanto la vita quotidiana prova a ripartire. Le sinagoghe hanno riaperto, le scuole e le istituzioni comunitarie funzionano a ritmo ridotto ma costante. Di giorno le strade tornano ad animarsi, la sera si svuotano presto. Le conversazioni restano brevi, misurate, anche per timore dei controlli. Brigitte racconta che dopo l’introduzione di una nuova legge, che consente alle forze di sicurezza e ai gruppi paramilitari di verificare i contenuti dei cellulari, è meglio limitarsi all’essenziale nelle comunicazioni con il Venezuela. «Ciao, come stai, ti voglio bene. Niente di più». E intanto si spera che il capitolo Maduro sia veramente finito. Dopo anni di crisi e paura, «abbiamo toccato il fondo del fondo», conclude Judith. «Ora si può solo risalire».
Daniel Reichel