All’ombra dei Protocolli
Qual è il più noto documento falso che esporrebbe il piano di conquista mondiale dell’ebraismo internazionale? La risposta è spesso i Protocolli dei Savi di Sion, un’opera apocrifa e relativamente recente – risalgono al XX secolo – e che pure ha «nutrito per decenni il pregiudizio antiebraico in tutto il mondo». Lo spiega Ignazio Veca, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Pavia, nell’introduzione de Il discorso del rabbino (Il Mulino, 2025). Veca ci ricorda però che un altro documento può essere considerato la matrice narrativa di quei famigerati protocolli dati alle stampe nella Russia zarista: «Si tratta dell’oggi meno noto Discorso del Rabbino, il testo di un’arringa pronunciata da un presunto “gran rabbino” nel corso di un incontro segreto, in cui avrebbe tracciato i punti salienti di un programma di conquista con il fine di assoggettare i popoli cristiani». Nel suo saggio, Veca si prende cura di studiare in modo analitico questo testo al quale i Protocolli hanno fatto ombra.
Il racconto parte dal luglio del 1881 quando sulla rivista cattolica Le Contemporain, pubblicata a Parigi, appare un testo che intendeva fornire una «idea» degli scopi perseguiti dagli ebrei; di più, delle loro «più intime aspirazioni». Questa «idea» era nientemeno che quella di «regnare sulla terra». A rileggerlo oggi, spiega lo storico, sembra di avere sotto gli occhi un retroscena giornalistico di quelli «pubblicati sui giornali quando non si vuole o non si possono riferire le parole esatte pronunciate da questo o quel protagonista della vita politica o economica». Il contenuto è però meno potabile: vi si legge dei 18 secoli di persecuzioni subite dagli ebrei e dei 18 secoli di supremazia che vorrebbero imporre al mondo per riscattarsi. Il mezzo per imporsi sugli altri? L’oro, come ovvio. Dall’agricoltura alla politica, il programma del “rabbino” non risparmia nessun ganglio della società ma è soprattutto interessante vedere come i contenuti del discorso passeranno dai giornali alle belle lettere, al teatro, alle arti visive, non a caso nel volume si parla di «generi intrecciati», mentre diverse forme del discorso passano dalla Francia alla Polonia, dall’Inghilterra alla Germania. Di particolare successo, i romanzi dell’agente provocatore tedesco Hermann Goedsche che si firmava Sir John Retcliffe. Non meno appassionante il braccio di ferro, ricordato da Veca, fra i moti ottocenteschi con il loro portato di emancipazione e la diffusione di queste opere false finalizzate alla diffusione di odio antiebraico. «Diversi stati e città libere tedesche riconobbero l’uguaglianza degli ebrei tra polemiche e accese opposizioni proprio negli anni Sessanta, mentre Goedsche scriveva i suoi romanzi e i conservatori sociali facevano del pregiudizio antiebraico un pilastro della loro piattaforma politica». Un esercizio messo a punto nel corso dei decenni che si rivelerà funzionale all’instaurazione del regime nazista.
dan.mos.