MILANO – «La medicina non è propaganda»: l’iniziativa dell’Associazione medica ebraica

«Il giuramento di Ippocrate impone di curare le persone indipendentemente dalla loro nazionalità, dal credo politico o dal colore della pelle. Trasformare la sanità in uno strumento di pressione ideologica significa tradire la medicina stessa». È da questa convinzione che nasce l’incontro “Quando la cura incontra l’odio. Discriminazione sanitaria e antisemitismo”, in programma domenica 11 gennaio (dalle 10.00 alle 13.00) presso la Comunità ebraica di Milano, promosso dall’Associazione medica ebraica (Ame).
Negli ultimi due anni – nell’era post 7 ottobre 2023 –, denuncia il pediatra Daniele Radzik, «nel mondo sanitario si stanno diffondendo pratiche che, sotto una veste etica e simbolica, alimentano una narrazione unilaterale e discriminatoria nei confronti d’Israele e del mondo ebraico: boicottaggi di farmaci, prese di posizione politiche negli ospedali, pressioni su medici e farmacisti». Una retorica che, aggiunge, «sostiene l’accusa del genocidio compiuta da Israele a Gaza, ma senza alcun rigore scientifico e crea una discriminazione indiretta, ma concreta, verso lo Stato ebraico e verso i professionisti percepiti come “non allineati”».
Per la presidente dell’Ame Rosanna Supino, l’obiettivo dell’evento – in presenza e online – è «informare in modo organico su ciò che sta accadendo, senza alimentare allarmismi ma nemmeno minimizzare». Anche perché, prosegue, «spesso si tratta di singoli gruppi molto rumorosi che riescono a creare confusione, soprattutto nelle università, mentre negli ospedali il confronto resta più equilibrato».
Oltre a Supino e Radzik, all’evento dell’Ame interverranno Stefano Gatti, ricercatore dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Cdec, che aprirà i lavori offrendo un quadro dei pregiudizi antisemiti e contro Israele presenti nei media italiani; il medico pisano Federico Prosperi parlerà di “Toscana e antisemitismo in sanità: un’analisi”; la psicoanalista Dalia Segre interverrà sul clima che attraversa le società di psicologia, mentre lo psichiatra Yasha Reibman svilupperà una riflessione dal titolo “Antisemitismo consapevole o no? La propaganda propal”. L’incontro sarà moderato dalla psicoanalista Simonetta Diena.
«Oggi è sempre più difficile essere obiettivi», osserva Supino, «perché social media e testate contribuiscono a costruire una percezione distorta della realtà su Israele, sul conflitto, sulla situazione a Gaza. Per questo serve cultura, dialogo, conoscenza». L’incontro di domenica nasce proprio con questo intento: «Aprire uno spazio di confronto, senza pregiudizi, per riportare la sanità al suo compito essenziale: la tutela della salute e della dignità di ogni essere umano».
A ribadire la necessità di un dialogo fondato su dati e responsabilità è ancora Radzik: «Non si può parlare di scienza basandosi su slogan o su studi privi di metodo. Quando accuse gravissime come quelle di genocidio entrano nei reparti, nelle università e nelle riviste scientifiche senza un’analisi rigorosa, il danno non è solo politico, ma medico». «Dire a un farmacista di non vendere un medicinale perché prodotto in Israele», conclude, «non è un atto etico: è una forma di discriminazione sanitaria. E se accettiamo che questo accada, mettiamo a rischio il principio stesso su cui si fonda la medicina».