BERLINO – I primi 100 anni di Werner Michael Blumenthal
Werner Michael Blumenthal, fondatore e primo direttore dello Jüdisches Museum di Berlino, in carica fino al 2014, ha compiuto cent’anni. La sua storia personale coincide con alcuni dei passaggi più traumatici del Novecento europeo e occidentale: nato nel 1926 a Oranienburg, in una famiglia ebraica della media borghesia, ha otto anni quando Hitler sale al potere. Una frattura fortissima col mondo circostante. Ricorda Axel Brüggemann sulla Jüdische Allgemeine che la Notte dei Cristalli è solo una di queste: vede le vetrine del negozio dei genitori distrutte, poi la sinagoga berlinese di Fasanenstraße in fiamme, l’arresto del padre, deportato a Buchenwald e rilasciato dopo diverse settimane. Non c’è spazio per interpretazioni o illusioni, la famiglia decide di lasciare la Germania e nel 1939 raggiunge Shanghai, uno dei pochi luoghi ancora accessibili per chi fugge dall’Europa nazista. Lì vivono in condizioni precarie, come molti altri profughi ebrei, in un quartiere sovraffollato sotto amministrazione giapponese. Shanghai è una fase di sospensione: una vita provvisoria che però dura anni, una quotidianità fatta di adattamento e attesa. Nel 1947 arriva il trasferimento negli Stati Uniti, che per Blumenthal significa l’inizio di una nuova traiettoria, segnata dalla costruzione di un ruolo pubblico: studia economia, entra nell’amministrazione americana, lavora come consulente per diversi governi e negli anni Settanta diventa segretario al Tesoro sotto la presidenza di Jimmy Carter. È un periodo complesso, segnato da inflazione e instabilità, e il suo nome viene associato ironicamente al dollaro, a dimostrazione di quanto le figure tecniche possano diventare bersaglio simbolico del malcontento politico. Dopo l’esperienza governativa passa al settore privato e, una volta raggiunta l’età della pensione, accetta un incarico che lo riporta in Germania. Nel 1997 si trasferisce a Berlino per collaborare alla nascita dello Jüdisches Museum, il museo ebraico, inizialmente con l’idea di restare per un periodo limitato. Il museo, ancora in fase di definizione, ha bisogno di fondi e soprattutto di un orientamento chiaro e Blumenthal ne diventa direttore. Rimarrà in carica per quindici anni. La sua impostazione evita una narrazione solo centrata sulla persecuzione e sulla distruzione, l’obiettivo è mostrare la storia ebraica in Germania come una presenza continua, complessa, fatta anche di integrazione, contributi culturali, economici e sociali, nonostante il fatto che gli ebrei non abbiano mai rappresentato più dell’uno per cento della popolazione, un lavoro che cerca di sottrarre la memoria alla ritualizzazione e di inserirla in una cornice storica più ampia. A cent’anni, Blumenthal osserva il presente con lo stesso realismo che ha guidato le sue scelte passate: ha attraversato sistemi politici, continenti e linguaggi diversi, senza bisogno di trasformare la propria biografia in un racconto esemplare.
(Nell’immagine, Jimmy Carter incontra Charles Schultz, Michael Blumenthal, Hamilton Jordan e James Schlesinger nello Studio Ovale – 4 aprile 1978 – Jimmy Carter Library)