ITALIA EBRAICA – Più Limmud, più cultura e dibattito, parla Sandro Servi
Nel 1980, nel Regno Unito, un piccolo gruppo di ebrei decise che lo studio non doveva essere né verticale né esclusivo, e che la trasmissione del sapere poteva funzionare anche senza investiture ufficiali. Da quell’intuizione elementare e insieme rivoluzionaria nacque un movimento che oggi attraversa decine di paesi e che continua a fondarsi su un’idea semplice: tutti possono insegnare, tutti possono imparare. Una pratica concreta, non uno slogan edificante: Limmud è un movimento nato per prendere sul serio una domanda. Quando arriva in Italia, e sceglie Firenze come suo primo approdo stabile, incontra un terreno già attraversato da una tensione simile. Il Limmud Italia Day del 2014, e poi le edizioni successive dei Limmud Italia, intercettano un bisogno che non era ancora diventato discorso pubblico: il desiderio di uno spazio in cui l’identità ebraica potesse essere esplorata senza dover essere difesa, giustificata o normalizzata. «Abbiamo iniziato nel 2014 completamente sconosciuti», ricorda Sandro Servi. «In Italia pochissimi sapevano cosa fosse Limmud, mentre nel Regno Unito era già una realtà consolidata. La prima vera difficoltà è stata farci conoscere e spiegare cosa rende il nostro evento diverso». Una difficoltà strutturale, anche perché, aggiunge Servi, «non abbiamo mai avuto grande pubblicità, funziona soprattutto il passaparola: chi partecipa esce contento, e coinvolge altri». Firenze, per di più, non è solo una cornice logistica: è una città che porta inscritto nel proprio paesaggio i temi della convivenza, della memoria, delle fratture e delle successive ricomposizioni. Dentro questo contesto, Limmud diventa progressivamente qualcosa di più di un festival culturale: diventa un laboratorio di comunità, un luogo in cui lo studio dei testi convive con la musica, la storia con la cucina, la filosofia con le domande sull’attualità, senza che nessuno di questi ambiti rivendichi una supremazia sull’altro. Dal punto di vista dei numeri, Limmud Italia non ha mai cercato né ottenuto una crescita spettacolare. «Non c’è mai stata un’esplosione numerica», conferma Servi, «Ci attestiamo intorno al centinaio di partecipanti, a volte qualcosa in più, a volte meno, anche in base al periodo dell’anno». Ma è proprio qui che emerge un dato meno visibile e forse più significativo: «Suscitiamo curiosità soprattutto nelle piccole comunità e in persone che, anche nelle comunità grandi, si sentono un po’ marginali. Riusciamo ad attirare persone non troppo coinvolte nella vita comunitaria tradizionale». Al contrario, osserva, «Roma e Milano sono più complicate: l’offerta ebraica è talmente ampia che forse spostarsi per un altro evento viene percepito come non interessante, non necessario». È qui che prende forma, anche in Italia, la figura del “limmudnik”: una postura mentale più che un’identità ideologica o un’appartenenza alternativa. Essere limmudnik significa accettare di stare dentro una comunità temporanea e intensiva, che funziona secondo regole diverse da quelle abituali. Al Limmud barriere che nella vita quotidiana sembrano invalicabili perdono consistenza: tra religiosi e laici, tra chi insegna per mestiere e chi prende la parola per passione, tra chi arriva con un bagaglio di certezze e chi porta soprattutto domande. «Una delle caratteristiche essenziali del Limmud è che chiunque può essere allo stesso tempo studente e docente», sottolinea Servi, «Non cerchiamo relatori accademici: chiunque può portare un racconto, un’esperienza, una ricerca». Una scelta che non è simbolica ma strutturale: «Le persone che seguono le presentazioni sono le stesse che parlano. Non tutti presentano, ovviamente: nell’ultima edizione, su circa novanta partecipanti, ci sono state ventotto presentazioni singole e due panel di esperti con quattro o cinque relatori ciascuno». Con una distinzione chiara: «I panel di esperti sono gli unici per cui invitiamo direttamente i relatori. Tutto il resto nasce da iniziativa spontanea». Chi racconta la propria esperienza come limmudnik insiste spesso su questo punto: resta il modo in cui si impara, più che ciò che si impara. La possibilità di ascoltare una lezione di Talmud e subito dopo una riflessione sulla cultura pop, di discutere animatamente e poi condividere un momento di preghiera o di silenzio, di sentirsi autorizzati a non sapere. «Volevamo creare uno spazio in cui le persone non solo ascoltano, ma partecipano, intervengono, presentano», dice Servi, «C’è una forte domanda di luoghi di confronto, dove non arrivi solo una voce dall’alto». In questo senso, Limmud produce una forma di appartenenza che chiede disponibilità all’incontro e nessuna adesione preventiva. «Vengono anche non iscritti», osserva Servi, «amici, persone interessate alla cultura ebraica». Un’apertura coerente con l’impostazione internazionale del movimento: «Limmud Italia segue l’impostazione internazionale: è aperto a tutte le denominazioni. Tendenzialmente accetteremmo chiunque». Nella pratica, questo non succede, anche perché l’Italia ebraica è meno variegata: «Abbiamo avuto partecipanti del mondo reform, mentre i Lubavitch, che abbiamo invitato, tendono a non partecipare». E resta aperta anche un’altra questione: «Ci piacerebbe molto avere più rabbini, anche per parlare di Torah e Talmud, ma il coinvolgimento è difficile. Abbiamo anche scritto e telefonato per invitarli, ma le risposte da fuori Firenze sono state modeste». Nella realtà italiana questo aspetto assume un valore particolare. Per molti partecipanti Limmud rappresenta uno spazio che pur non volendo e non potendo arrivare a sostituire la comunità di origine, la integra e talvolta porta a ripensarla. È un luogo in cui ebrei provenienti da contesti diversi si riconoscono parte di una conversazione comune, senza che questa debba necessariamente tradursi in una linea unitaria. La pluralità non è un obiettivo da esibire, ma una condizione di partenza. Resta una criticità: «C’è un certo ricambio di persone, ma abbiamo pochissimi giovani», ammette Servi «È una difficoltà che esiste anche nel Regno Unito, e in molti altri paesi, l’eccezione viene dai paesi dell’Europa orientale, dove Limmud è organizzato proprio dai giovani, e giovani sono i partecipanti». Negli anni, Limmud Italia ha sperimentato anche altre sedi: «Abbiamo organizzato edizioni anche a Venezia, Parma e Gerusalemme, per la comunità italiana, che hanno funzionato molto bene», racconta Servi, «Soprattutto a Gerusalemme la richiesta di ripetere l’esperienza è molto forte. Ovviamente ci piacerebbe, ci stiamo pensando». Resta centrale la scelta originaria: «Firenze resta la sede più semplice: lo staff vive lì e molte cose sono ormai rodate. Capisco la critica: un evento nazionale dovrebbe forse spostarsi, ma Firenze è anche molto centrale rispetto all’Italia ebraica, è facile da raggiungere». Non ci sono punti critici evidenti, e una delle contestazioni più frequenti riguarda il sovrapporsi delle presentazioni: «In effetti una critica frequente è che non si riesce a seguire tutto perché molte attività sono contemporanee», conferma Servi. «Ma è un bene, secondo me: bisogna alzarsi da tavola con un po’ di appetito. Meglio uscire con la sensazione di aver perso qualcosa di interessante, che aver seguito tutto e magari essersi annoiati, no?». Il cuore di Limmud, in fondo, è proprio questo: «I partecipanti non subiscono un programma, lo costruiscono. Scelgono, si muovono, si organizzano un percorso personale, diverso per ognuno». Il senso più profondo è forse proprio questo: non offrire risposte definitive, creare condizioni perché le domande possano essere poste meglio. E soprattutto perché possano essere discusse, insieme.
Per info: https://www.limmud-italia.it/
a.t.