PENSIERO – La preoccupazione esiste, non facciamoci travolgere
La preoccupazione non è un’invenzione della modernità né una patologia esclusiva del presente. La tradizione ebraica la conosce bene, la nomina, la osserva nei suoi effetti e, soprattutto, ne prende sul serio il peso. È da questa consapevolezza che muove l’articolo di Detlef David Kauschke intitolato
Sorge dich nicht!
(Non ti preoccupare) pubblicato dalla Jüdische Allgemeine, che riprende testi biblici e talmudici per interrogare il rapporto tra l’essere umano e la paura. Nei Proverbi si legge che «la preoccupazione nel cuore dell’uomo lo opprime» (Mishlè 12,25): un’affermazione asciutta, priva di giudizio morale, che registra un dato di fatto prima ancora che un ammonimento. Il Talmud è ancora più esplicito quando afferma: «Non portare la paura nel tuo cuore, perché la paura ha ucciso uomini potenti» (Sanhedrin 100b). Non è un invito all’imperturbabilità, ma il riconoscimento che la paura, se lasciata senza argini, può erodere la capacità di decisione e di azione. È significativo che lo stesso passo talmudico offra interpretazioni diverse: rav Ami legge il versetto come un’esortazione a rimuovere la preoccupazione dal cuore, mentre rav Assi propone un’altra via: parlarne con altri, spezzare il circuito chiuso dell’angoscia attraverso la parola condivisa. La tradizione non stabilisce una soluzione univoca, accetta che esistano modalità differenti di attraversare l’inquietudine, e questa pluralità trova un riscontro nella riflessione contemporanea, richiamata nell’articolo, quando il rabbino e psicoterapeuta Simcha Feuerman osserva che alcune persone traggono beneficio dal dare voce alle proprie paure, mentre altre hanno bisogno di elaborarle in silenzio. In entrambi i casi forzare un’esposizione emotiva rischia di essere controproducente. Anche il rabbino Elisha Aviner si muove in questa direzione e suggerisce che, talvolta, distogliere l’attenzione da un pensiero angosciante può essere utile, mentre in altri momenti riconoscere la propria fragilità e condividerla è la strada migliore per alleggerire il peso. Sullo sfondo di queste indicazioni si colloca una nozione centrale del pensiero ebraico, il
bitachon
, la fiducia: nelle lettere dell’ultimo rebbe di Lubavich, Menachem Mendel Schneerson, raccolte in
Letters for Life
, la fiducia non coincide con la certezza dell’esito, ma con una disposizione interiore che consente di non essere travolti dall’incertezza. È la fiducia del passeggero che, conoscendo l’abilità del conducente, può permettersi di non fissare ossessivamente la strada. Anche qui il Talmud invita alla misura, ricordando che «non bisogna preoccuparsi dei problemi di domani, perché non si sa che cosa porterà il giorno» (Sanhedrin 100b). Non si tratta di ignorare il futuro quanto di non sovraccaricare il presente di paure ipotetiche. La tradizione ebraica è in questo ambito uno spazio di realismo e responsabilità in cui la paura non viene negata né sacralizzata quanto ricondotta a una dimensione abitabile, una postura capace di offrire un lessico e una pratica utili a impedire che la preoccupazione diventi totalizzante, in un tempo che moltiplica le ragioni dell’inquietudine, un poco di più ogni giorno.