UN MEMOIR – A cavallo fra l’ebraismo e il Sol Levante

La scrittrice americana Tracy Slater racconta nel suo memoir The Good Shufu un percorso di vita che intreccia esperienza personale e riflessione sull’identità: ebrea cresciuta negli Stati Uniti, si trasferisce in Giappone, costruisce una vita con il marito, Toru, e cresce la loro figlia attraverso territori di confine, sia culturale che linguistico. La sua identità ebraica non è un dettaglio marginale, è il filtro attraverso cui osserva il mondo, il senso di appartenenza e differenza che accompagna ogni gesto, ogni dialogo, ogni silenzio. Un’intonazione di vita che si manifesta nel modo in cui si relaziona agli altri e nel confronto quotidiano con ciò che le è estraneo. Gli scambi in inglese col marito, i silenzi condivisi con il suocero, gli sforzi per crescere la figlia in due culture diverse diventano una mappa di identità fluide in cui l’ebraismo è una presenza costante, un tratto che informa la sua percezione e il suo racconto. La scrittura di Slater mira a restituire le ambiguità e le tensioni di una vita sospesa tra mondi apparentemente distanti. Il memoir riflette sul valore della memoria e sulla responsabilità di raccontare momenti familiari delicati restando fedele all’esperienza vissuta, e la sua esperienza personale si trasforma in una riflessione più ampia sulle esistenze ibride: lontana da Boston, immersa in contesti linguistici e sociali che non le appartengono, Slater trova radicamento in relazioni profonde che non si conformano ai modelli culturali statunitensi o giapponesi. The Good Shufu diventa così un libro in cui l’identità ebraica è al centro, non solo come origine o appartenenza, ma come chiave interpretativa di ogni incontro, gesto e scelta, trasformando l’incertezza e la distanza in materia narrativa e offrendo al lettore una prospettiva capace di parlare al cuore di chi vive tra mondi diversi senza rinunciare a se stesso.