VENEZUELA – La speranza per gli ebrei rimasti
In Venezuela la comunità ebraica sta osservando con cauta speranza gli sviluppi politici successivi alla rimozione di Nicolás Maduro dal potere: per decenni la presenza ebraica nel paese è stata significativa: negli anni Novanta si contavano circa 25 mila ebrei, concentrati soprattutto a Caracas. Oggi, a causa dell’instabilità economica e della situazione politica degli ultimi vent’anni, la comunità si è drasticamente ridotta, e – come scrivono Hannah Feuer e Simone Saidmehr sul Forward – si stima che siano rimaste tra le 3 e le 5 mila persone. Molti sono emigrati in realtà per la crisi generale che ha spinto milioni di venezuelani a cercare condizioni di vita migliori altrove. La fiducia c’è ma è fragile: l’attuale presidente ad interim, Delcy Rodríguez, ha descritto l’operazione internazionale che ha portato alla cattura di Maduro come qualcosa che ha “senza dubbio, connotati sionisti”, insinuando una presunta influenza di Israele nel rovesciamento del leader venezuelano. Una retorica che si inserisce in una lunga tradizione di anti-israelismo da parte del regime chavista e post-chavista, che ha spesso coniugato critiche geopolitiche con allusioni a un coinvolgimento “sionista” nelle vicende interne del paese. Però la popolazione venezuelana è stata storicamente più che tollerante e non intrinsecamente ostile agli ebrei, scrive ancora il Forward. Prima dell’arrivo al potere di Hugo Chávez nel 1999 le relazioni sociali e professionali tra ebrei e non ebrei nel paese erano normali e improntate a rispetto reciproco. Con Chávez e poi con Maduro, però, il quadro politico ha incluso occasionali attacchi alle istituzioni ebraiche e una rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele, motivate con le politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Nonostante la diminuzione demografica e le difficoltà politiche, la vita ebraica in Venezuela non si è però dissolta, esistono sinagoghe attive, scuole, centri comunitari e strutture di sostegno agli anziani. Le istituzioni e le associazioni rimaste operano in uno spazio sociale ristretto ma ancora importante, mantenendo un tessuto comunitario coeso. Gli ebrei venezuelani che vivono all’estero guardano alla situazione con prudente ottimismo: la possibilità di una forma di governo che garantisca stabilità e una situazione relativamente più serena non è da escludere, anche se è difficile smantellare strutture di potere consolidate in anni di autoritarismo. La questione non è solo geopolitica, riguarda la possibilità concreta di considerare di nuovo il paese come “casa”, libero da retoriche divisive e ostilità.
(Nell’immagine, la sinagoga Tiferet Israel di Caracas)