IRAN – Israele congela l’opzione militare
Nelle ultime settimane, in almeno due occasioni Israele è andata vicino a colpire il regime iraniano, salvo poi fermarsi all’ultimo momento. A prevalere sono stati il timore di un’escalation incontrollata e la necessità di un coordinamento stretto con Washington, ha rivelato Tamir Hayman, ex capo della Direzione dell’intelligence militare delle Idf, intervistato dalla radio israeliana 103FM.
Con l’esplodere delle rivolte interne e una crisi sempre più acuta, Gerusalemme ha congelato del tutto l’opzione militare, anche per non offrire al regime l’alibi di un’ingerenza esterna. Una cautela che si accompagna alla reazione di Teheran sul piano simbolico: nelle ultime ore le autorità hanno organizzato una grande manifestazione a sostegno del regime, mobilitando apparati statali e sostenitori per mostrare compattezza e controbilanciare le proteste antigovernative. Un segnale di come lo scontro si giochi ormai anche sulla legittimità interna.
Nelle ultime 24 ore, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di proteste per la libertà ormai diffuse in tutto l’Iran, elogiando il «coraggio straordinario» dei manifestanti e condannando le uccisioni di civili da parte del regime — oltre 540, secondo le stime di diverse ong. Israele, ha sottolineato, «sostiene la loro lotta e auspica la fine della tirannia e guarda a un futuro in cui iraniani e israeliani possano tornare a essere partner nella costruzione di prosperità e pace».
Da Washington, il presidente Usa Donald Trump ha annunciato di valutare «opzioni molto forti» nei confronti dell’Iran, lasciando intendere che il ricorso alla forza resta sul tavolo. Allo stesso tempo ha affermato che la leadership iraniana starebbe cercando un dialogo.
Resta aperta la domanda se l’ondata di proteste possa davvero cambiare il volto dell’Iran. In Israele, tra analisti ed ex responsabili della sicurezza, prevale lo scetticismo. Oded Eilam, già a capo della divisione antiterrorismo del Mossad, invita a ridimensionare le aspettative, soprattutto per un possibile intervento esterno. «Anche se ci fosse un attacco americano, sarebbe più che altro un’azione mirata e non tale da cambiare il regime», ha osservato alla radio militare. Più che a un punto di svolta improvviso, Eilam guarda a una dinamica lenta e logorante: «La situazione iraniana si risolverà con un lungo “dissanguamento” degli ayatollah, più che con un’azione drammatica».
In linea la lettura di Raz Zimmt, ricercatore dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, scettico anche sulla strada diplomatica. Secondo Zimmt, nell’entourage della Guida suprema Ali Khamenei «ci sono figure convinte che l’unico modo per uscire dalla crisi sia un negoziato, anche diretto, con l’amministrazione Trump». Ma la visione di Khamenei resta decisiva. «Dal suo punto di vista», spiega Zimmt sul sito dell’Inss, «anche una dimostrazione di flessibilità o la disponibilità a un negoziato diretto con il “Grande Satana” non garantiscono nulla». Al contrario, l’ayatollah è convinto che «concessioni e compromessi non farebbero che aumentare l’appetito di Trump nel fare pressione sull’Iran» fino all’obiettivo finale: «la caduta del regime». Per questo, conclude l’analista, «un’iniziativa diplomatica non solo non salverebbe la Repubblica islamica dalla crisi, ma rischierebbe di spingerla un passo più vicino al precipizio». Nella migliore delle ipotesi, un eventuale dialogo servirebbe «solo a guadagnare tempo» e a offrire alla popolazione «un orizzonte minimo di speranza», difficilmente sufficiente a cambiare la traiettoria del sistema. Più che una svolta negoziale o una rivoluzione popolare, secondo Zimmt, lo scenario più plausibile resta un eventuale riassetto interno guidato dai militari, con le Guardie della Rivoluzione chiamate a stringere ulteriormente il controllo sul sistema.