7 OTTOBRE – «Nel buio dei tunnel, ho pensato di togliermi la vita», il racconto dell’ex ostaggio David Cunio
David Cunio sta piano piano ricostruendo il rapporto con le figlie Yuli ed Emma, gemelle di cinque anni. «Stanno imparando a fidarsi di nuovo di me. Vogliono che sia sempre presente e io cerco di esserlo». È un processo fragile, fatto di piccoli gesti e di tempo, ha spiegato Cunio in un’intervista a Channel 13.
Per la prima volta, l’ex ostaggio israeliano ha raccontato i due anni di prigionia nelle mani di Hamas: la fame, le torture psicologiche, la paura costante per la sorte della sua famiglia, il senso di impotenza. Dopo mesi rinchiuso al buio, in balia dei suoi aguzzini, anche il pensiero di togliersi la vita aveva iniziato a farsi strada. «Ho pensato di raccogliere molte pillole e ingerirle tutte in una volta». A impedirgli di cedere, racconta, è stato il fatto di non essere solo.
Rapito insieme alla famiglia dal kibbutz Nir Oz, David viene inizialmente detenuto con la moglie Sharon e una delle figlie, Yuli. L’altra gemella, Emma, non è con loro. La rivedranno solo due settimane dopo, quando vengono trasferiti all’ospedale Nasser di Khan Younis. È magra, traumatizzata. «La tenevamo in braccio e non ci riconosceva», racconta. «Ci guardava e continuava a piangere». Soffre di incubi continui, si sveglia urlando. «I terroristi ci dicevano di zittirla. Ma come potevo farlo? Una bambina di tre anni».
Nei primi giorni di prigionia, David ricorda di aver valutato l’idea di reagire. «Molte volte vedevo i due terroristi che ci sorvegliavano dormire. Tenevano un coltello sotto il letto e mi chiedevo se potevo fare qualcosa». Ma il pensiero si interrompe sempre allo stesso punto. «Anche se li avessi uccisi entrambi, poi cosa avrei fatto? Sarei uscito e sarebbe arrivata la folla. Mi avrebbe divorato». Dopo 49 giorni Sharon e le gemelle vengono liberate. David resta prigioniero. «È stato il giorno peggiore della mia vita. C’era un pianto terribile nella stanza. Continuavo a dire a Sharon che stavo morendo di paura. Chiedevo a tutti di non lasciarmi lì, perché sapevo che loro sarebbero usciti e io no». Poco dopo viene portato nei tunnel, dove rimarrà per quasi due anni, fino al 13 ottobre 2025, quando l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas gli ha restituito la libertà.
Solo il giorno prima della liberazione scopre che il fratello Ariel è sopravvissuto. Per mesi aveva creduto il contrario. «Avevo ricevuto un messaggio: “Salvami, sto bruciando in casa con la mia famiglia”. Pensavo fosse morto».
Nei tunnel inizia la fase più lunga. Vive al buio, quasi sempre affamato. «Per un lungo periodo ci davano 250 millilitri di acqua e mezza pita al giorno». Il corpo si indebolisce, la mente cede. «È buio pesto e senti lo stomaco. Li supplichi per un altro cucchiaio di marmellata, per un boccone in più. Non ti danno nulla». Le giornate si assomigliano tutte, ciascuna più faticosa della precedente.
Alle privazioni si aggiunge la pressione psicologica. «Mi dicevano che mia moglie era andata avanti. Che non stava lottando per me. Che stava con un altro». All’inizio non ci crede, poi qualcosa si incrina. «Col tempo quella spazzatura ti entra dentro. Anche se sai che è falsa, lì dentro sembra reale».
Oggi Cunio è tornato a casa. Le figlie sono cresciute, parlano diversamente, hanno i capelli lunghi. Lui le osserva, aspetta i loro tempi. «Non è facile tornare dalla prigionia e ricostruire una famiglia come se nulla fosse successo», sottolinea. «Ma piano piano stanno ricominciando a fidarsi. E questo è tutto».
Nel suo racconto, Cunio parla anche di chi non è tornato. Come Ran Gvili, agente di polizia ucciso il 7 ottobre, la cui salma è ancora in mano ai terroristi palestinesi. La madre, Talik Gvili, continua a chiedere che il figlio venga riportato a casa per poterlo seppellire: è l’ultimo ostaggio ancora a Gaza. Una speranza condivisa da Cunio «per chiudere il cerchio».
d.r.