VENEZUELA – Dal carcere di Caracas alla libertà: Yaakov Harari torna in Israele
Mercenario, terrorista, sabotatore. Con queste accuse, nell’ottobre 2024 Yaakov Harari, 72 anni, cittadinanza israeliana e argentina, è stato arrestato dalle autorità venezuelane e rinchiuso nel famigerato carcere di El Rodeo I, nei pressi di Caracas. Senza la possibilità di difendersi al processo, riportano i diplomatici israeliani, il regime del presidente Nicolás Maduro lo ha condannato a 25 anni di detenzione. Alla sentenza sono seguiti mesi di isolamento, privazioni e pressioni psicologiche: una cella senza materasso né coperte, cure mediche ridotte al minimo, il freddo usato come punizione.
Dopo 496 giorni di prigionia, Harari è tornato libero. «Ho sempre creduto che sarei tornato a casa», ha raccontato il 72enne, rientrato nella notte in Israele e accolto dalle figlie Yael e Yaara. «Sapevo che le mie figlie stavano lavorando per il mio rilascio e che lo stato d’Israele non mi avrebbe dimenticato».
Residente a Be’er Sheva, Harari era arrivato in Venezuela nell’ottobre 2024 per affari, passando dalla Colombia. Poco dopo l’arresto, ogni contatto con la famiglia è stato interrotto. Per oltre un anno è rimasto quasi completamente isolato dal mondo esterno, condannato senza un vero processo, insieme a prigionieri locali e stranieri provenienti da decine di paesi. Nello stesso carcere erano detenuti anche i due cittadini italiani, Alberto Trentini e Mario Burlò, liberati di recente.
Le condizioni di detenzione a El Rodeo I erano estreme. Harari ha raccontato una grave carenza di cibo e continue vessazioni, in un contesto in cui alcuni detenuti sono arrivati a togliersi la vita. Dopo uno di questi suicidi, le guardie hanno tolto lenzuola e coperte a tutti i detenuti stranieri. Costretti a dormire al freddo, si coprivano con asciugamani.
Non sono mancati insulti e pressioni psicologiche. «Le guardie lo accusavano di provenire da un paese di assassini di bambini», ha riferito Moshe Shitrit, vicesindaco di Be’er Sheva, che ha seguito la famiglia negli sforzi diplomatici per ottenerne la scarcerazione. «Una guardia ha persino festeggiato davanti a lui, sostenendo che gli iraniani avevano abbattuto cinque aerei israeliani. Un fatto mai avvenuto». I carcerieri hanno anche mentito sulla sorte della moglie. «Mi hanno detto che si era tolta la vita per spezzarmi», ha raccontato Harari a ynet.
Oltre ad accusarlo di essere un mercenario, le autorità venezuelane sostenevano che il 72enne israeliano fosse a capo di una presunta «scuola di sabotaggio». Come prove avevano usato alcune fotografie trovate sul suo telefono, che ritraevano suoi parenti in uniforme dell’esercito israeliano.
Durante la detenzione, ogni canale di comunicazione è passato attraverso paesi terzi. In assenza di relazioni diplomatiche tra Venezuela e Israele – interrotte nel 2009 dall’allora presidente Hugo Chávez – il ministero degli Esteri israeliano ha operato tramite l’ambasciata in Colombia, coordinandosi con governi e rappresentanze straniere.
La liberazione, come per altri prigionieri politici, è avvenuta dopo l’operazione americana a Caracas e l’arresto del presidente venezuelano Maduro.
Dopo il rilascio, Harari è stato trasferito con un volo diretto a Roma, dove ha ricevuto assistenza dall’ambasciata israeliana in Italia, prima di rientrare in Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ringraziato Stati Uniti, Germania, Austria e Italia per il ruolo svolto nella mediazione e ha parlato telefonicamente con Harari e le figlie, augurando alla famiglia «un ritorno alla normalità dopo l’incubo vissuto».
d.r.