LIBRI – Le origini della psicoanalisi e la “questione razziale”

Lunedì 19 gennaio alle 18.30 sarà presentato a Roma, alla libreria Ubik Spazio Sette di via dei Barbieri, il libro Freud, Jung, Sabina Spielrein: e “la faccenda nazionale ebraica” (ed. Bollati Boringhieri) dello psicanalista David Meghnagi.  Con l’autore dialogheranno Andrea Velardi, Roberta Ascarelli, Giacomo Marramao, Alberto Sonnino e Guglielmo Spiombi. Apriranno l’evento i saluti di Nathan Levialdi Ghiron, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, e di Claudia Hassan, direttrice del Centro Romano di Studi sull’Ebraismo dell’ateneo.
Pubblichiamo di seguito la recensione al libro di Meghnagi dal numero di dicembre di Pagine Ebraiche:

Nel nuovo volume di David Meghnagi Freud, Jung, Sabina Spielrein e “la faccenda nazionale ebraica” (Bollati Boringhieri) la frattura del 1913-1914 tra Freud e Jung è ricollocata nel contesto più ampio di un ambiente europeo attraversato da tensioni identitarie, pregiudizi latenti e dure contraddizioni culturali tra biografia, conflitto intellettuale e fratture del Novecento. Le divergenze teoriche giocano un ruolo, ma non esauriscono il problema e la “questione razziale”, come la si chiamava allora, costituisce lo sfondo che rende quella separazione più pesante.
Racconta Meghnagi: «Questo lavoro è l’esito di quarantacinque anni di studi, temi su cui ho scritto sin dalla metà degli anni Ottanta» e aggiunge di avere ricevuto allora «una lettera da Yosef Hayim Yerushalmi: eravamo arrivati in autonomia a conclusioni simili, e il rapporto fra noi è poi continuato». In questa prospettiva, spiega: «Ho cercato di studiare Freud inserendolo nella problematica ebraica dell’emancipazione, scavando anche nella sua storia privata e nella sua conoscenza delle tradizioni ebraiche. Voleva scrivere un libro sulla Bibbia. Ancora adolescente aveva iniziato a occuparsene insieme a un amico con cui corrispondeva in spagnolo». Il manoscritto, perduto, si iscrive nella tradizione familiare e culturale della Haskalah, presente in molte famiglie ebraiche.
«Freud stesso», osserva Meghnagi, «ha ripetutamente detto che gli era spiaciuto non avere imparato l’ebraico». Mantenne poi un contatto costante con i suoi traduttori, contribuendo alla crescita dell’ebraico moderno. I legami con istituzioni come il Keren Hayesod, il B’nai B’rith e lo YIVO si collocano in questo quadro complesso, in contrasto con una lettura che ha privilegiato «la dimensione dello scienziato positivista, come se fosse fuori dal tempo».

L’apertura di Freud verso Jung – non ebreo, brillante, ben inserito nell’ambiente medico – risponde anche alla necessità di dare al movimento una portata più ampia e la presidenza dell’Associazione psicoanalitica internazionale, nel 1910, ne sancisce l’investitura. Jung porta con sé un impianto concettuale in cui l’ebreo appare come portatore di una struttura psichica distinta, radicata nella “razza”, e nell’Europa del tempo il rischio di scivolare nel pregiudizio era grande. È anche su questo terreno che, negli anni Trenta, la collaborazione tra i due si incrina definitivamente.
Meghnagi sottolinea di avere voluto andare a fondo del rapporto con Jung anche intrecciandolo con gli effetti dell’iniziale (e poi ripudiata) fascinazione junghiana per il nazismo. Un nodo che riguarda anche la storia degli psicoanalisti ebrei rifugiati in Israele: «Con Jung mantennero rapporti costanti, e il carteggio è di grande interesse». In questo intreccio la figura di Sabina Spielrein diventa cruciale: prima paziente, poi coinvolta personalmente con Jung «ha avuto un ruolo grandissimo nella genesi del pensiero psicoanalitico», afferma Meghnagi, ricordando quanto la sua vicenda getti luce sulle tensioni interne del movimento.
Accanto a questo filone, emerge un tema che Meghnagi considera ancora da sviluppare: «Le pazienti donne hanno avuto un ruolo nella genesi e nello sviluppo del pensiero psicoanalitico», tema che mette in dialogo la psicoanalisi con la tradizione ebraica. Le rabbine, sostiene, non sono una novità contemporanea: «Nella Torah ci sono forse quindici figure femminili di primo piano, vere capiscuola». E ricorda come esempio le figlie di Rashi, aggiungendo: «Dal punto di vista halachico non ci sono impedimenti perché una donna diventi rabbino: è una decisione accademica».
Un capitolo particolarmente cupo riguarda lo stesso movimento junghiano. «Fino agli anni Cinquanta, è esistita una norma “segreta” che fissava al 10 per cento la presenza di ebrei, prassi attiva già negli anni Trenta, formalizzata nel 1944. Una pagina terribilmente inquietante nella storia del movimento», osserva Meghnagi. Il testo scava a fondo nelle vicende originarie della psicoanalisi senza indulgere né nel mito né nell’accusa, restituendo alla complessità e alle fratture il loro peso. La psicoanalisi ne emerge meno compatta, ma forse più vera. E proprio in queste incrinature continua a nutrirsi la sua eredità più inquieta e feconda.

Ada Treves

(Nell’immagine: Freud e Jung nella rielaborazione dell’artista Delcarmat)