MILANO – Dal lager al Memoriale: la musica di Messiaen rivive nelle opere di Mimmo Paladino
Il 15 gennaio 1941, in una baracca del campo di prigionia nazista di Görlitz, in Slesia, quattro musicisti si dispongono davanti a un pubblico di prigionieri. È inverno, la guerra è in corso. Il compositore Olivier Messiaen è al pianoforte, con lui il violinista Jean Le Boulaire, il violoncellista Étienne Pasquier e il clarinettista Henri Akoka: quattro musicisti, quattro strumenti, gli unici disponibili nello Stalag VIII-A. In quelle condizioni viene eseguito per la prima volta il Quatuor pour la fin du Temps, creato da Messiaen. Una musica scritta in prigionia che, per un breve momento, apre uno spazio di libertà ai quattro musicisti e allora pubblico di reclusi.
85 anni dopo quella storica esibizione, Quatuor pour la fin du Temps ritorna come parte della mostra Mimmo Paladino. Görlitz – Stalag VIII A – 15 gennaio 1941 esposta al Memoriale della Shoah di Milano (visitabile dal 16 gennaio al 28 febbraio). Paladino non ricostruisce e non illustra l’opera di Messiaen, spiegano le curatrici Manuela Composti, Camilla Fiorin e Virginia Monteverde, ma la utilizza come riferimento storico per un progetto visivo che mette in relazione musica, memoria della prigionia, riflessioni sul tempo, sulla fine e sulla possibilità di resistere alla violenza. «Quel Quartetto nasce in un campo di prigionia», spiega Composti, «ma in quel momento, grazie alla musica, quegli uomini erano liberi. Non erano più numeri, non erano più prigionieri: erano esseri umani. Tra l’altro con diverse tradizioni: Messiaen è un compositore cattolico e lo si vede nella sua opera, ma uno dei musicisti che si esibisce il 15 gennaio del ’41, Henri Akoka, è un ebreo».
Paladino – artista classe nel 1948, protagonista della Transavanguardia e figura centrale dell’arte contemporanea italiana – affronta il Quatuor cogliendone sia la dimensione drammatica sia le aperture luminose, sottolineano le curatrici. Il riferimento all’Apocalisse, da cui Messiaen trae ispirazione, «non è solo l’annuncio di distruzione, ma tensione verso la possibilità di una rinascita. Non penso si debba
leggere quest’opera solo nei suoi lati più bui», chiarisce Composti. «Per noi è anche un inno alla vita, all’amore per la vita, alla libertà dell’animo». In tre opere di Paladino esposte in mostra ci sono rimandi alla storia dell’arte del Novecento: Chagall, per la dimensione simbolica e spirituale; Matisse, per l’idea di luce e di evento salvifico; Picasso, per la forza primitiva del segno, spiega Talia Bidussa, responsabile programmi e comunicazione del Memoriale.
Nel percorso trovano spazio anche il libro d’artista edito da Colophonarte, parte integrante del progetto. Il volume raccoglie quattro tavole di Paladino ed è accompagnato da un saggio del critico musicale Sandro Cappelletto e da un contributo della senatrice a vita e sopravvissuta ad Auschwitz, Liliana Segre, incentrate sul valore storico, umano e culturale del Quatuor. «Sono testi che accompagnano il percorso espositivo», sottolinea Bidussa, «ma non commentano. Non chiudono il senso delle opere, lo tengono aperto». Il focus della mostra, chiarisce Composti, «non è l’esperienza del deportato in sé, ma l’elaborazione artistica che avviene oggi. È questo che rende il percorso capace di parlare anche al presente».
Chiude la mostra, l’incontro con l’opera Il Dormiente. Una figura distesa, raccolta, collocata come ultima stazione della mostra. «È stato un regalo inatteso da parte di Paladino», spiega Composti «Un dono straordinario». Nella riflessione originaria dell’artista, l’opera rimandava ai corpi che durante la Seconda guerra mondiale si rifugiavano nei sotterranei di Londra per sfuggire ai bombardamenti. «Il Dormiente è un punto di arresto», sottolinea la curatrice. «Da una parte è un monito: viviamo un tempo in cui non possiamo permetterci di dormire, di essere indifferenti, come recita il muro all’ingresso del Memoriale della Shoah. Dall’altra, però, è anche un’immagine di speranza: il dormiente non è morto, è in attesa. È come se fosse sospeso in una condizione di calma, di protezione, di nuove possibilità».
La mostra è co-prodotta da Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, Segrete. Tracce di Memoria ed Edizioni Colophonarte e sarà inaugurata questa sera alle 19.00 al Memoriale. Il 21 gennaio, sempre negli spazi del Memoriale, è in programma l’esecuzione del Quatuor pour la fin du Temps di Olivier Messiaen. Il 12 febbraio, invece, il progetto si sposterà a Genova con una lezione di Andrea Kerbaker, dedicata ai temi della mostra e del Quartetto di Messiaen, in dialogo con David Biografi.
Daniel Reichel