CULTURA – L’eredità di Emma Goldman, l’anarchia in un musical 

C’è qualcosa di leggermente stonato, e forse proprio per questo rivelatore, nel modo in cui la cultura americana continua a occuparsi di Emma Goldman, una delle figure politiche più radicali e complesse del Novecento viene ricordata, oggi, soprattutto attraverso il teatro musicale. Sul Forward, PJ Grisar parte da questo dettaglio per osservare come Goldman, ebrea nata nell’Impero zarista nel 1869, emigrata giovanissima negli Stati Uniti e poi diventata una delle voci anarchiche più ascoltate e temute della sua epoca, riappaia in scena sotto forma di personaggio secondario in musical celebri come Ragtime o Assassins. In Ragtime la sua presenza è minima, funzionale a un discorso infuocato di pochi minuti per evocare il mondo dei lavoratori, degli immigrati, delle tensioni sociali che attraversano l’America di inizio secolo. In Assassins, il musical di John Weidman e Stephen
Sondheim che mette in fila i fantasmi di chi ha tentato di uccidere un presidente, Goldman compare per un attimo accanto a Leon Czolgosz, l’assassino di William McKinley, con un gesto minimo – un volantino passato di mano in mano – sufficiente a suggerire un clima politico ma certo non per raccontare una vita. Un modo di ricordare rapido, simbolico, incline a trasformare anche l’anarchia in una citazione. Il pezzo del Forward non contesta questa scelta, e la mette alla prova di un’altra scelta, meno nota e più determinata: quella di un musical interamente dedicato alla scrittrice e politica A Musical Portrait of Emma Goldman, scritto da Leonard Lehrman e Karen Ruoff Kramer, in scena da oltre quarant’anni in contesti però marginali rispetto a Broadway tra università, sinagoghe e spazi comunitari. Qui Goldman ha una sua voce, che si costruisce attraverso le sue lettere, i processi, le espulsioni, persino attraverso le risposte a una domanda di visto del 1933, il tutto trasformato in struttura narrativa. Ne emerge una figura lontana da ogni agiografia: una donna capace di infiammare le folle e di amare l’opera, di difendere la libertà sessuale e di opporsi alla guerra, accusata di violenza senza averla mai praticata, che si trova a pagare l’intransigenza politica con l’esilio e la solitudine. Il Forward osserva come questa versione musicale meno nota e meno spendibile restituisce qualcosa che gli show patinati non possono permettersi: ci sono la durata, l’ambivalenza, il peso delle contraddizioni. Uno spettacolo che suggerisce senza proclami che forse è proprio qui il punto cieco della memoria americana, abituata a ridurre anche le vite più irregolari a frammenti riconoscibili. Raccontare Emma Goldman attraverso un musical è un paradosso, e funziona solo quando la scena accetta di farsi carico della complessità, e non la riduce a sfondo decorativo. Non si tratta tanto di una questione teatrale quanto di un modo di interrogare il rapporto fra cultura popolare, radicalismo politico ed eredità ebraica in un’America che continua a cercare di semplificare ciò che, per natura, alla semplificazione resiste.

(Nell’immagine, la tomba di Emma Goldman nel cimitero di Forest Park, Illinois, Usa)