DIASPORA – Shabbat shalom da Santa Teresa, rifugio israeliano ai tropici
Nel sud della penisola di Nicoya, dove il Costa Rica è poco più che una lingua di terra tra giungla e Pacifico, Santa Teresa sembra un luogo rimasto ai margini della modernità: una sola strada, mucche al pascolo, tetti di paglia, surf shop e ristoranti improvvisati. È qui che, a partire dai primi anni Duemila, si è insediata una comunità israeliana arrivata a contare oggi alcune centinaia di persone, su una popolazione totale di poche migliaia. Il reportage di Arye Dworken pubblicato sul numero di dicembre di Tablet racconta storie individuali, scelte dovute a decisioni prese per intuizione o necessità, a volte per stanchezza, fatti anche minimi che nel tempo hanno prodotto un microcosmo ebraico sorprendente. Il segno di questa stratificazione, racconta, è un oggetto: una tavola da surf piantata nella sabbia e riadattata a menu, con sopra una bandiera costaricana e, in basso, la scritta «shalom» in ebraico. Non c’è provocazione né folklore deliberato, solo naturalezza, e una domanda: che cosa succede quando i cittadini di uno Stato nato per mettere fine alla necessità di fuggire scelgono di ricostruire altrove una vita comunitaria, sinagoghe, feste, rituali e abitudini condivise. Mali Tal, una delle prime arrivate, distingue con precisione l’andarsene da Israele dall’andarsene dalla vita in Israele: nel 2001, durante la seconda intifada, lei e il marito decidono che quel livello di tensione non è ciò che vogliono per i figli, e Santa Teresa, scoperta quasi per caso, offre due elementi decisivi. L’assenza di un esercito, in un Paese che lo ha abolito nel 1948, e una distanza sufficiente a rendere la vita più facile. I primi israeliani arrivano senza infrastrutture, adattandosi alla giungla e a una povertà iniziale fatta di espedienti, che i figli ricorderanno non come privazione ma come invenzione domestica. Col tempo la comunità cresce, si organizza, celebra Shabbat e le festività, costruisce una cultura ibrida in cui il surf diventa appuntamento collettivo e il Seder di Pesach si svolge in più lingue. La crescita porta però anche problemi, e accanto a chi ha costruito lentamente, utilizzando risorse locali e imparando i codici del luogo, arrivano nuovi israeliani con capitali, progetti immobiliari, ristoranti di alto livello e un’idea di sviluppo che rischia di sovrapporsi al territorio senza integrarsi. Harry Hartman, si legge sul Tablet, è un ebreo costaricano di terza generazione che guarda a questa trasformazione con l’occhio di chi è cresciuto nella Diaspora: fuori da Israele, osserva, ogni gesto individuale viene letto come rappresentativo, e ciò che appare come arroganza o incuria non resta confinato al singolo. La tensione attraversa anche le biografie più recenti, come quella di Igal Merkulovich, cresciuto in Israele dopo l’emigrazione dall’Unione Sovietica, passato dalla ristorazione di Tel Aviv alla giungla costaricana, dove sperimenta una solidarietà israeliana che si attiva con la stessa rapidità delle emergenze di casa. Santa Teresa non è un rifugio incontaminato né una semplice evasione: è un luogo in cui la distanza modifica il rapporto con Israele senza annullarlo. Lo mostrano i simboli, le notizie, i lutti che arrivano fino alla sinagoga Chabad, sulla strada principale, dove i volti degli ostaggi e dei caduti convivono con la preghiera del venerdì sera. Quello «Shalom» scritto su una tavola da surf – e sopra qualcuno ci ha aggiunto «Shabbat» – alla fine del mondo non è un ghirigoro consolatorio bensì la traccia concreta di un’appartenenza che si sposta, si adatta e non rinuncia a mostrarsi, anche quando avrebbe validi motivi per pensare di nascondersi.