MEMORIA – «Un tempo che non dovremmo vivere»

«Nedo, meno male, si è risparmiato questo spettacolo. Non ha visto questa spaventosa nuova ondata di antisemitismo», commenta amara la senatrice a vita Liliana Segre. A 95 anni è una delle ultime testimoni italiane della Shoah e, in un contesto in cui odio, pregiudizi antisemiti e distorsioni storiche fanno parte del quotidiano, confida: «Io questo tempo non lo vorrei più vivere, francamente».
L’occasione per parlare è un ricordo di Nedo Fiano, sopravvissuto alla Shoah scomparso nel 2020, a cui il regista Ruggero Gabbai dedica il suo ultimo film in uscita a gennaio. «Nedo era una persona di una generosità straordinaria», ricorda Segre. «Ha parlato per anni senza mai risparmiarsi. Eravamo molto diversi nel modo di testimoniare e io ho iniziato molto dopo di lui, ma ci univa un legame speciale». Un’amicizia costruita nel tempo, fatta di stima reciproca e di impegno nel testimoniare. «Lui aveva un modo diretto, a volte teatrale, di parlare ai ragazzi. Io ho scelto un registro diverso», osserva Segre. «Ma Nedo arrivava, lasciava il segno. Oggi siamo rimasti in pochissimi e il presente è un brutto spettacolo».
Il tono della senatrice è disilluso, ma mai sconfitto. Anche quando racconta di amicizie di lunga data che si sono allontanate, Segre lo fa con ironia. «Io gioco a bridge, mi diverte. Ma ora sono molto meno invitata. Persone che conoscevo da trent’anni improvvisamente non hanno tempo. Vecchiette come me, dico, non ragazzine».
C’è chi, tra i conoscenti, le si è avvicinato per dirle: «Voi ebrei siete più intelligenti, voi avete fatto i soldi al momento giusto». «Ma voi chi?», si chiede Segre, parlando di un pregiudizio ormai sdoganato, che va dal commento ignorante alla minaccia violenta. Questo clima, osserva, non nasce dal nulla. È il frutto di un impoverimento culturale che rende accettabili parole un tempo impronunciabili.
«Anche il parlare di genocidio in modo così disinvolto non aiuta. Io il genocidio l’ho visto. Non era questo. I politici lo usano come arma di consenso», sottolinea, respingendo ogni equiparazione tra la Shoah e Gaza. A preoccuparla è soprattutto la perdita di conoscenza storica: «Non si studia più la storia, non si studia più la geografia. I ragazzi sanno tutto dei cantanti e dei calciatori, ma non sanno, per esempio, che cosa c’era in Palestina prima del protettorato».
La senatrice ribadisce il suo pessimismo sulla consapevolezza di ciò che è accaduto durante la persecuzione nazifascista: «Prima la Shoah diventerà una riga nei libri di storia, poi non ci sarà più neanche quella». Eppure continua a esporsi. «Sempre meno, perché alla mia età faccio fatica. Ma ho parlato con il Quirinale e per il Giorno della Memoria andrò a Roma. Anche se sarà un grande sacrificio, voglio esserci». Dovrà farlo accompagnata dalla scorta. «Ho 95 anni e da sette anni non posso uscire di casa da sola. Non posso varcare la soglia senza la scorta. Sono i miei angeli custodi, ma è incredibile che io ne abbia bisogno». Una protezione necessaria per le continue minacce. «Le cose più gentili che mi sento dire sono “merdaccia”, “puttana”, “nazi”. “Nazi” non manca mai».
Un paradosso per chi è sopravvissuta ad Auschwitz, dove ha perso il padre e i nonni, e che, nel momento in cui ebbe l’occasione di vendicarsi di un nazista, non lo fece. «Non raccolsi la pistola caduta al mio carnefice. In quel momento scelsi la vita. E da allora sono stata una donna libera e di pace».
Agli insulti più gravi Segre reagisce con denunce in tribunale. «Me lo ha chiesto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Io non l’avrei fatto, non è nella mia indole, ma le minacce sono migliaia, non cinque o dieci persone: sono decine di migliaia». Per questo i suoi avvocati presentano decine di querele all’anno. «Non lo faccio per i risarcimenti, non voglio un euro, devolvo sempre tutto. Lo faccio per dire che questo linguaggio non può passare sotto silenzio». E poi aggiunge sul riemerge in Italia dell’antisemitismo: «I nuovi scenari sono talmente brutti che avere di nuovo paura è troppo. Basta. Basta tutta questa retorica, tutte queste parole svuotate di significato».

Daniel Reichel