LA RIFLESSIONE – I deportati e gli internati militari, un ricordo che unisce

Nel mese di gennaio, il 27, si commemora la Shoah del popolo ebraico, e a gennaio del 2025 è stata istituita la giornata in ricordo degli Internati Militari Italiani (commemorati il 20 settembre), due ricorrenze che pongono la mia memoria personale di fronte a un impegno di unione e di comunione.
Oggi quasi tutti conosciamo la Shoah, sebbene non di rado, soprattutto a livello politico e culturale, emergano lacune gravi e inquietanti. Molto meno conosciuta, invece, resta la storia degli Internati Militari Italiani. Eppure furono circa seicentomila i soldati italiani che, dopo l’8 settembre 1943, decisero di non collaborare con i regimi fascista e nazista. Tra loro vi furono anche due miei prozii.
Quei soldati continuarono a combattere disarmati, non come prigionieri di guerra, ma come internati militari. Una differenza tutt’altro che marginale, sia sul piano giuridico sia su quello morale. Non tutti ebbero la forza o la convinzione di seguire la propria coscienza. Chi lo fece scelse di restare fedele a un giuramento prestato al Re, ormai politicamente screditato, ma moralmente ancora vincolante per chi aveva pronunciato quelle parole.
Giovannino Guareschi, egli stesso internato militare italiano, racconta che un soldato tedesco gli chiese perché non fosse passato dalla parte del regime, dal momento che il Re aveva tradito. Guareschi rispose che questo non gli importava, perché lui era rimasto fedele al proprio giuramento. In quell’episodio è racchiusa una lezione profonda e oggi più che mai attuale: la responsabilità morale non dipende dal comportamento altrui, ma dalla fedeltà alla parola data. È qui che si misura la differenza tra onore e reputazione, due concetti sempre più confusi, quando non del tutto smarriti.
Da friulano, la Seconda guerra mondiale non è per me un fatto astratto. Il Friuli fu profondamente segnato: dalle zone di diretta occupazione tedesca dopo l’8 settembre, con l’annessione delle attuali province di Gorizia e Trieste, alla cessione della Carnia ai cosacchi e alla creazione del cosiddetto Kosakenland; dai rastrellamenti alle deportazioni, fino alla Risiera di San Sabba. Senza dimenticare le foibe e i molti Alpini della Julia che non fecero ritorno a casa. Tra gli anziani queste memorie non sono mai scomparse.
Questo mese il ricordo di quegli eventi si intreccia inevitabilmente con quello del popolo ebraico. A scuola, fin dalle elementari, gli insegnanti ci aiutarono a comprendere ciò che accadde alle comunità ebraiche in quegli anni. Ho imparato allora, e continuo a farlo oggi, a fare memoria di uno dei capitoli più bui della storia umana recente. Mi rattrista constatare come oggi molti sembrino aver dimenticato quelle lezioni o, peggio, rinnegarle.
Io non dimentico. Non cancello la brutalità della storia. In questo mese ricordo le vittime della Shoah e ricordo anche gli internati militari italiani, membri della mia famiglia e di molte altre, che scelsero l’onore alla reputazione.
Porto in questo mese, come in tutti gli altri ma con particolare consapevolezza, una Stella di Davide appuntata sulla giacca. Non sono ebreo. Sono un cristiano cattolico e vivo da molti anni in Scozia. Nessuno mi impone questo gesto. Nessuno mi obbliga a ricordare la Shoah, a stare accanto al popolo ebraico, a espormi a critiche, pregiudizi o offese. Potrei evitarlo facilmente, restando in silenzio, come fecero in molti in passato.
Ma proprio come i miei prozii nel 1943 scelgo deliberatamente la strada più difficile, quella della coscienza. Lo faccio per ricordare chi non poté scegliere e fu costretto a subire. Alle loro anime rivolgo il mio pensiero. Dagli internati militari italiani traggo invece l’esempio, affinché l’onore e la coscienza rimangano al servizio dei più deboli, anche quando la mia reputazione dovesse essere spazzata via.
La memoria è sempre una presa di posizione. La reputazione può esserci data o tolta dagli altri o dai contesti. L’onore è l’unico elemento che appartiene solo a noi. Forse nessuno capirà perché abbiamo agito o parlato in questo modo, ma davanti allo specchio della nostra coscienza vedremo il riflesso di ciò che veramente siamo.


Michele Bernardini

(Nell’immagine: Giovannino Guareschi)