MILANO – Le case ebraiche svuotate: al Memoriale la storia delle confische fasciste

Un armadio in noce a un cassetto, due letti gemelli con reti metalliche, un tavolo in abete, cinque sedie diverse, tre cornici con fotografie. È un elenco asciutto, battuto a macchina, chiuso da un totale: 6.050 lire. A stilare l’inventario è un perito del Monte di Credito su Pegno, il 26 ottobre 1944, in un appartamento di via Casella 41, a Milano. Quegli oggetti appartenevano a Lea Behar. Quando i funzionari entrano in casa, Lea e la figlia Sara sono già state deportate e assassinate ad Auschwitz.
Il documento fa parte del Fondo Egeli, l’archivio dell’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare creato dal fascismo nel 1939 per amministrare e liquidare i beni sottratti agli ebrei italiani. Carte che raccontano una violenza silenziosa e metodica: la spoliazione della vita quotidiana, stanza dopo stanza, mobile dopo mobile. Carte al centro della mostra “La persecuzione patrimoniale degli ebrei. Storie di vita dall’Archivio Storico Intesa Sanpaolo”, che si inaugura il 20 gennaio al Memoriale della Shoah di Milano.
La vicenda di Lea Behar e delle figlie Sara e Stella Dana è una delle tre scelte per raccontare la persecuzione economica messa in atto dal regime fascista. Quando il perito varca la soglia dell’appartamento di via Casella, Stella è l’unica sopravvissuta, salvata nascondendosi presso una famiglia musulmana. Dopo la guerra tenterà di riavere quei beni presentando all’Egeli l’attestazione della Comunità israelitica di Milano sulla deportazione e la morte della madre e della sorella. Non basterà: gli oggetti verranno venduti all’asta e il ricavato incamerato dallo Stato.
Accanto alla famiglia Behar–Dana, il percorso espositivo segue le vicende dei Colorni e dei Levis: tre traiettorie diverse, accomunate dall’essere vittime della gelida burocrazia persecutoria messa in piedi dal fascismo. «Grazie all’inventario delle carte del Fondo Egeli che Intesa Sanpaolo ha svolto nel 2018, oggi al Memoriale si apre un nuovo capitolo su un argomento che per molti anni è risultato secondario rispetto alla persecuzione delle vite: quello della persecuzione economica, che si concretizzò nella confisca di ogni proprietà ebraica, dagli immobili agli oggetti di uso quotidiano», spiega Barbara Costa, responsabile dell’Archivio storico Intesa Sanpaolo e curatrice della mostra. «L’Archivio Storico rende così disponibile una documentazione di grande rilevanza storica non solo a beneficio degli studiosi, ma soprattutto delle nuove generazioni, a cui questa mostra è destinata».
Quella documentazione – oltre 300 faldoni e 1.400 fascicoli nominativi – permette di entrare nelle case e, insieme, nelle vite delle famiglie perseguitate. Elenchi che non registrano solo il valore economico dei beni, ma restituiscono abitudini, gusti, relazioni. «Queste carte vengono usate quasi sempre in negativo, per raccontare la spoliazione», osserva a Pagine Ebraiche l’economista Germano Maifreda, che per l’inaugurazione offrirà una contestualizzazione storica della mostra. «A me interessa anche usarli in positivo: ripartire dagli oggetti, dalle case, per capire come le famiglie ebraiche italiane vivevano prima delle leggi razziali». Negli inventari compaiono biblioteche domestiche, arredi borghesi, strumenti di lavoro, giocattoli. Ma colpiscono anche le assenze. «Raramente troviamo, per esempio, gli oggetti più preziosi, di valore economico ma anche affettivo e simbolico, perché spesso vengono spostati, nascosti. A volte affidati ai vicini che poi nel Dopoguerra li restituiscono». Per Maifreda, «l’elenco degli oggetti ha un valore quasi pedagogico, perché umanizza immediatamente». Non è un caso, aggiunge, che «la Repubblica sociale italiana arriverà a vietare la pubblicazione di questi elenchi: ne coglieva la forza».
Il Dopoguerra, raccontano le carte, non coincide sempre con una restituzione. Per molti sopravvissuti le pratiche sono lunghe, costose, spesso umilianti; in altri casi non vengono nemmeno avviate. «Anche l’assenza di restituzione è un dato storico», sottolinea Maifreda. «C’è chi rinuncia, chi non vuole riaprire quella ferita, chi non torna affatto. È una seconda rimozione».
La mostra del Memoriale si inserisce in un discorso più ampio, che Maifreda ha sviluppato nel volume La memoria restituita. Storie di imprenditori e dirigenti ebrei nell’Italia delle leggi razziali, appena uscito in libreria ed edito da Il Sole 24 Ore. Un lavoro, conclude l’economista, che, come la mostra, «invita a leggere la storia degli ebrei non come capitolo separato, ma come parte integrante della storia italiana».

Daniel Reichel

(Nelle immagini: Centro della Croce rossa italiana per rimpatriati reduci italiani dalla Germania e dai campi di concentramento tedeschi, Ufficio Ricerche ex Internati alla Stazione Centrale, 8 ottobre 1945, fotografia di Publifoto, Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo; Verbale di confisca dei beni di Lea Behar, 26 ottobre 1944, Archivio Storico Intesa Sanpaolo; Tessere della Società Artisti e Patriottica intestate a Carla Levis, Archivio Storico Intesa Sanpaolo)