FERRARA – Posate pietre inciampo per famiglia Ravenna-Rossi
L’edificio in cui abitavano, nel cuore di Ferrara, non esiste più. Cinque pietre d’inciampo ricordano però da stamane che in via Bologna al civico 16 viveva un tempo una famiglia ebraica risucchiata e quasi del tutto annientata nella Shoah: Gino Ravenna con la moglie Letizia Rossi e i loro tre figli Franca Eugenia, Eugenio e Marcello. Tutti arrestati nell’autunno-inverno del 1943 dai nazifascisti e tutti deportati ad Auschwitz-Birkenau, da dove il solo Eugenio farà ritorno. Famiglia molto in vista perché Renzo Ravenna, uno dei fratelli di Gino, era stato podestà di Ferrara dal 1926 al 1938 e si era dimesso pochi mesi prima dell’entrata in vigore delle leggi razziste. Molto conosciuto era lo stesso Gino, commerciante con un passato di ginnasta di alto livello. A Londra 1908, nella quarta edizione dei Giochi olimpici moderni, aveva brillato con un sesto posto nella competizione a squadre. «È stata una cerimonia molto emozionante. C’era tanta gente e c’erano soprattutto alcuni alunni di scuola elementare, che hanno recitato una poesia», sottolinea il presidente della Comunità ebraica ferrarese Fortunato Arbib, intervenuto all’iniziativa insieme al rabbino capo della città Luciano Meir Caro, al vicesindaco Alessandro Balboni e ai discendenti dei Ravenna. Era tra gli altri presente Amedeo Spagnoletto, il direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis).

Nel corso dell’evento la storia dei Ravenna è stata ripercorsa nel prima e nel dopo Auschwitz. Proprio a Eugenio, l’unico sopravvissuto del nucleo familiare, si ispirerà Giorgio Bassani per tratteggiare la figura di Geo Josz protagonista del doloroso racconto Una lapide in via Mazzini. Nel suo discorso Arbib si è soffermato sull’importanza di fare memoria dei nomi di ogni vita spezzata «perché se dimentichiamo i nomi, dimentichiamo le persone» e sull’esigenza di rafforzare gli anticorpi contro il risorgere dell’antisemitismo. «A seguito del feroce massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas», ha affermato, «l’odio antiebraico si è manifestato con una violenza inaspettata: dobbiamo per questo riflettere sul significato della Shoah nel contesto di un antisemitismo che non si è concluso nel 1945 ma prosegue fino a oggi».
Sono giornate di grande impegno anche per il Meis, che nel pomeriggio alle 17 inaugurerà le sue iniziative per il Giorno della Memoria con la conferenza “Quattro donne ferraresi: Maria Zamorani, Gina Finzi Schönheit, Ida Ascoli Magrini Bonfiglioli, Carla Neppi Sadun” in programma al bookshop del museo. Parlerà della loro vicenda lo storico Piervittorio Milizia, mentre al termine dell’incontro, organizzato insieme all’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e a Ferrara La Città del Cinema e parte del Progetto Europeo “La case di Micol”, verrà proiettato il corto “La voce nel vento” diretto da Filippo Romanelli e dedicato alla vicenda della 94enne Neppi Sadun, testimone ancora attiva del periodo nazifascista.
a.s.