LA NOTA – David Sorani: Quegli ambigui, assordanti silenzi sull’Iran

Perché il fenomenale movimento studentesco propal, quello di Cambiare Rotta e affini, così pronto a strapparsi di dosso le vesti occidentali e a travestirsi con la kefiah palestinese per aiutare (?) gli attendati e i poveri bambini di Gaza, così pronto a mobilitarsi con violenza per vomitare slogan di odio puro contro Israele e il suo esercito di difesa, adesso sprofonda in un silenzio abissale eppure assordante di fronte alla morte violenta di migliaia di giovani colleghi studenti, come di bimbi e di gente comune, tutti colpevoli solo di essere iraniani e di lottare per la libertà, tutti sterminati dalla sanguinosa repressione del regime degli ayatollah? Con quale coraggio, con quale dignità quei giovani esaltati si atteggiavano a difensori della vita di fronte ai bombardamenti e al tanto denunciato (e inventato) “genocidio” intrapreso da Israele (anzi, dall’entità “nazi-sionista”) contro le eterne vittime palestinesi, quando di fronte al massacro, agli arresti di massa per le strade di Teheran e di tante altre città iraniane non battono ciglio, non aprono bocca, scompaiono totalmente dalla scena? Come interpretare questa selettività a senso unico della solidarietà umana e politica? L’Iran fondamentalista e repressivo di Khamenei, quello delle centinaia di condanne a morte annuali, quello che copre il volto e chiude la bocca alle donne, quello che arresta gli omosessuali sarebbe forse un baluardo contro l’imperialismo americano-occidentale-israeliano di cui gli iraniani in piazza difenderebbero gli interessi? È molto più realistico pensare che la folla di manifestanti iraniani lotti con forza solo per scardinare il regime, per riprendersi una libertà che in quarantasei anni di Repubblica islamica quasi nessuno di loro ha mai conosciuto. E che le migliaia di studenti propal del mondo occidentale ora tacciano per ostilità preconcetta verso una percettibile affinità e un legame ideale che si avverte tra la protesta iraniana e la società israeliana, quella dell’odiato “nemico sionista”.
Fin qui il discorso è ingiusto e sconfortante, ma almeno chiaro: il mondo della sinistra radicale, gli ambienti woke e i circoli filopal sono disinteressati o addirittura ostili a una rivoluzione liberatrice in Iran, dato che l’essenziale è essere schierati contro Usa e Israele; e in ciò si recita a soggetto, secondo copioni di puro schieramento di parte. Lo smarrimento si accentua quando, come accade ormai da vari giorni, anche gli orientamenti politici più filo-occidentali, anche gli organi di informazione più equilibrati sembrano aver di fatto dimenticato le strade e le piazze iraniane: sulle prime (e anche sulle seconde) pagine dei giornali, sui siti, sui social nessuno ne parla più o quasi; il tema centrale è oggi quello delle mire trumpiane sulla Groenlandia e dello scontro Usa/Europa che si profila. E cosi l’esaltante cammino verso la libertà e la tragedia di una repressione brutale continuano nel silenzio del mondo occidentale, nascosti anche – ma non solo – dall’ oscuramento di internet imposto dal regime.
Eppure qualche sera fa, durante un webinar a cura delle Associazioni Italia-Israele, Hana Namdari, giornalista iraniana trapiantata in Italia, è stata chiarissima sulla vastità e la forza del movimento di protesta come sul suo disperato bisogno del sostegno occidentale, politico e militare. Eppure il giovane rapper iraniano Meraj, Tehrani miracolosamente sfuggito e riparatosi in Turchia, denuncia una repressione selvaggia senza pietà (“stanno uccidendo tutti”) e invoca l’intervento dell’Occidente – di Trump o di altri – per salvare le masse di manifestanti e le loro famiglie.
Ma il mondo tace; il possibile intervento americano sembra sfumato, perché di effetto incerto e forse anche perché poco conveniente per il tycoon; il sistema mass-mediatico rivolge altrove i suoi radar; l’attenzione collettiva sfuma.
Ciononostante l’aspirazione di un popolo alla libertà non si estingue, la protesta continua anche se i nostri occhi guardano altrove, la strage di migliaia di persone non rassegnate ad abbassare la testa non si interrompe.
Perché lo sguardo occidentale si rivolge sempre nella direzione in cui lo spingono i propri interessi del momento e di rado si sofferma ad assecondare quegli orizzonti, come la libertà, che sono parte essenziale della sua stessa essenza?


David Sorani