ROMA – La testimonianza di tre ex ambasciatori: «Cosa abbiamo capito di Israele»
«Stiamo aprendo una breccia. Lo so anche per esperienza personale, è molto difficile entrare negli ambienti universitari e discutere di questi temi in modo pacato. È un autentico privilegio». Nelle parole di Luigi Mattiolo c’è forse una sintesi dell’incontro “Israele, il Medio Oriente e l’Italia dopo il 7 ottobre: la prospettiva di tre ex ambasciatori d’Italia in Israele” svoltosi martedì pomeriggio nel campus dell’Università Luiss di Roma. L’evento è stato presentato come una possibilità per ragionare con degli addetti ai lavori qualificati, in un periodo in cui a prevalere in molti ambienti, università incluse, sono estremismi ideologici e polarizzazioni. Accanto a Mattiolo, che ha rappresentato l’Italia in Israele dal 2008 al 2012, c’erano i suoi successori Francesco Talò (2012-2017) e Sergio Barbanti (2021-2024). Ha introdotto l’incontro un intervento di Giovanni Orsina, a capo del dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo. Le riflessioni degli ambasciatori sono state moderate dalla storica Carolina De Stefano.
«Israele è il paese più energetico in cui ho vissuto», ha esordito Mattiolo. «E questo nonostante il senso di precarietà e l’insicurezza percepite, perché l’isolamento non diventa mai rassegnazione. E se la percezione della minaccia è profonda e capillare, essa si traduce in forme di vigilanza anziché di paura». Mattiolo ha descritto Israele come un paese «dalla coesione sociale fortissima, anche per il fatto che ragazze e ragazzi condividono l’esperienza del militare». Gli anni in Israele hanno lasciato un segno anche nei suoi colleghi. «In Israele ho visto cose belle e cose e brutte e da entrambe ho tratto degli insegnamenti», ha raccontato Talò. «Penso a Shimon Peres e al suo libro No room for small dreams: alcuni sogni si sono realizzati, altri no. Nonostante le difficoltà, Israele è un paese sospinto da una forte volontà di innovazione». Come prima di lui Mattiolo, anche Talò ha puntato il dito contro una narrazione spesso avvelenata nei confronti di uno stato «che non è il paradiso, ma che ha segnato alcuni successi fantastici: la lettura che si fa di Israele è figlia del pregiudizio». Gli organismi internazionali hanno un ruolo in ciò. E pure gli organi di stampa, ha fatto capire Talò, soffermandosi sulla scelta ricorrente di qualificare Tel Aviv come la città di riferimento «quando la capitale d’Israele è Gerusalemme, che piaccia o meno». Barbanti ha vissuto i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza. In merito al conflitto, Barbanti ritiene che le Idf «abbiano preso tutte le precauzioni necessarie» per alleviare, nei limiti del possibile, la sofferenza dei civili. Il diplomatico ha anche ricordato che quando si promuovono istanze di boicottaggio «ciò colpisce anche il circa 20 per cento di palestinesi di Israele». Quale il ruolo della diplomazia? Per Barbanti, «se gli organismi internazionali non funzionano si tornerà all’uso della forza e alla deterrenza».
a.s.