SCAFFALE – La storia degli ebrei d’Europa lungo due fiumi
Il libro di Riccardo Calimani, Ebrei lungo la Senna e il Danubio. In Francia e Ungheria (ed. Salomone Belforte, Livorno 2025, pp. 510, euro 45) rappresenta una ricognizione di mirabile profondità e ampiezza, che permette non solo di ricostruire aspetti essenziali della storia ebraica negli ultimi due secoli e mezzo, ma anche di penetrare nel cuore della storia d’Europa, interpretando in modo nuovo e originale vicende e figure di primo piano, mettendo in relazione accadimenti e problematiche generalmente non inseriti in una cornice unitaria.
Si tratta di una vera opera enciclopedica, nella quale confluiscono i risultati di lunghi anni di studi e riflessioni, e che segna una tappa significativa della storiografia contemporanea, dal momento che la narrativa cosiddetta “evenemenziale” (ossia focalizzata sulla esposizione degli eventi fattuali, quali guerre, rivoluzioni, condizioni economiche, farsi e disfarsi di stati e imperi) si intreccia strettamente con la storia delle ideologie, la cui forza dirompente viene rappresentata con vivida capacità evocativa, permettendo di comprendere le radici profonde (spesso oscure, contorte, contraddittorie) della tanto decantata “civiltà europea”. La quale emerge, dalle pagine di Calimani, come tutt’altro da quel mitologico modello di razionalità ed equilibrio immaginato dai “fan” dei famosi “valori occidentali”, oggi visti sotto minaccia. Prima di allarmarsi perché “Annibale è alle porte”, converrebbe conoscere cosa è stata davvero la storia d’Europa, ricordare da quanta cieca e autodistruttiva violenza è stata segnata e forgiata.
Lo stesso titolo del libro esprime lo spirito del racconto: così come dall’acqua dei due grandi fiumi (che, come si dice, non è mai la stessa), le due grandi nazioni prese in esame sono state ininterrottamente attraversate anche da fiumi di idee, anch’esse destinate a un continuo cambiamento. Di queste idee gli ebrei di Europa sono spesso stati creatori, vettori, trasformatori, sovvertitori, sistematori. Ma, anche, tante volte, purtroppo, vittime.
Dal volume emergono, tratteggiati in una prosa limpida, veloce e avvincente (il libro si legge come un romanzo) molti protagonisti della storia di Europa, ebrei e non: da Montesquieu a Voltaire, da Rousseau a Diderot, da Napoleone ai Rothschild, da Durkheim a Proust, da Bergson a Simone Weil, da Bloch a Blum, da Molnàr a Lukàcs, Bela Kun, Hauser, Koestler e tanti altri. Particolarmente innovative e interessanti, fra le altre, le pagine dedicate all’identità ebraica di Léon Blum, così come quelle sulla ebraicità della Recherche di Proust e sulle ambiguità delle considerazioni della Weil sulla condizione ebraica. L’autore ci spiega con lucidità come sia difficile, mutevole, sfuggente non solo la definizione di cosa voglia dire “essere ebreo”, ma anche come sia arduo capire in che modo l’ebraicità di in pensatore o uno scrittore si rifletta sul suo pensiero o sulle sue opere. Commoventi le pagine dedicate alla morte del grande Marc Bloch, di cui l’autore mostra di avere egregiamente appreso gli insegnamenti su cosa significhi scrivere la storia. E, naturalmente, in un libro sugli ebrei non poteva mancare un esame di quella che Calimani chiama la “tempesta antisemita”: sempre diversa, sempre uguale.
Tra i tanti argomenti trattati nel volume, richiamo soltanto la parte in cui si rievoca l’estensione dei diritti civili agli ebrei durante la Rivoluzione Francese. Questo processo appare come l’improvvisa e dirompente rottura di un muro millenario: il 22 agosto del 1789 fu presentata all’Assemblea nazionale una mozione a favore della libertà di culto, e Mirabeau e il pastore Jean-Paul Rabaud de Saint-Étienne si associarono: «È giunto il momento di infrangere le inique barriere che separano i giudei da noi, di far loro amare la patria che li proscrive e li scaccia dal suo seno». Il giorno dopo fu stabilito il principio della libertà religiosa e fu emanata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Gli ebrei di molte comunità di Francia iniziarono a mobilitarsi, chiedendo il riconoscimento del loro diritto di cittadinanza. Il conte Stanislas de Clement-Tonnerre pronunciò il discorso contenente la frase diventata famosa: «Occorre rifiutare tutto agli ebrei in quanto nazione, e accordare loro tutto in quanto individui: bisogna che diventino cittadini».
Ma, osserva lo studioso, «a ogni spinta si registrava una controspinta»: l’abate Maury cercò di dimostrare che non potevano essere buoni cittadini coloro che osservavano il riposo dello Shabbàt e la celebrazione di altre feste religiose, e il vescovo di Nancy, La Fare, ricordò che gli ebrei, per loro intrinseca natura, invadevano tutto e si impadronivano di tutto. L’Assemblea temporeggiò, riservandosi di decidere in seguito. Gli stessi ebrei francesi delle varie Comunità, in reciproca rivalità, inoltre, avanzarono richieste contrastanti. Ma il 27 settembre 1791, quando l’Assemblea era sul punto di concludere i suoi lavori, un voto quasi unanime concesse agli ebrei di Francia il diritto di cittadinanza. Si raggiunse così, per la prima volta in Europa, la cosiddetta emancipazione: la quale, nota però Calimani, non voleva ancora dire uguaglianza, dal momento che ci sarebbero voluti altri cinquant’anni per superare le numerose ulteriori discriminazioni antiebraiche. Il traguardo fu comunque raggiunto, superando enormi resistenze. Sarebbe stato possibile, in quei tempi, prevedere cosa sarebbe accaduto, di lì a un secolo?
Certamente no. Era comune convinzione che la ragione avesse vinto sulle forze dell’oscurantismo, e che quella vittoria fosse definitiva. Una tragica illusione, per la cui comprensione il libro dello studioso veneziano offre delle preziose chiavi di lettura.
Francesco Lucrezi, storico
(L’ingresso a un antico mikveh a Spira, in regione renana ©Klaus Venus)