TORINO – La mostra Seeing Auschwitz

Nel gennaio 1945 Lilly Jacob, appena liberato il campo di Auschwitz-Birkenau dall’Armata Rossa, cerca qualcosa per coprirsi dal freddo nel campo di Dora-Mittelbau. È una giovane ebrea ungherese, debilitata, febbricitante, ma viva. Fruga in una baracca delle SS e trova un faldone. Dentro, circa cento fotografie. Ritraggono l’arrivo dei deportati, la selezione, l’attesa. Immagini scattate dai carnefici, sopravvissute per caso, che fissano il funzionamento quotidiano del più grande centro di sterminio nazista.
Quegli scatti sono oggi tra i protagonisti di Seeing Auschwitz – Uno sguardo su Auschwitz, la mostra fotografica presentata a Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, alla vigilia dell’inaugurazione il 22 gennaio negli spazi dell’Archivio di Stato di Torino (visitabile fino al 31 marzo). Il progetto espositivo nasce nel 2020, commissionato da Onu e Unesco e prodotto da Musealia in collaborazione con il Museo statale Auschwitz-Birkenau. Dopo le tappe internazionali, approda per la prima volta in Italia grazie al lavoro di adattamento curatoriale di Victoria Musiolek per la Fondazione Gaetano Salvemini e al sostegno della Comunità ebraica di Torino, con la collaborazione dell’Archivio di Stato della città e dell’ambasciata di Polonia in Italia, e il contributo di enti e fondazioni del territorio.
«È una mostra originale e straordinaria», ha spiegato il presidente degli ebrei torinesi, Dario Disegni, «perché presenta fotografie mai esposte prima nel nostro Paese e racconta Auschwitz attraverso tre sguardi». Quello dei nazisti, confluito nel cosiddetto Auschwitz Album ritrovato da Lilly Jacob; quello dei prigionieri del Sonderkommando, che riuscirono a scattare immagini clandestine grazie all’aiuto della resistenza polacca; e infine lo sguardo distante degli Alleati, dalle ricognizioni aeree. Seeing Auschwitz, ha aggiunto Disegni, «è molto di più di una mostra: è un progetto culturale che accompagna l’esposizione con attività didattiche, incontri, presentazioni di libri e dibattiti pubblici». Durante la conferenza è stata letta una lettera inviata per l’occasione dalla senatrice a vita, Liliana Segre. La mostra, ha scritto Segre, è «un progetto importante di rilievo mondiale», perché la memoria della Shoah «ha bisogno anche delle immagini». Le testimonianze delle vittime restano essenziali, ma non sufficienti: «Servono luoghi, persone, oggetti, fotografie, per costruire una memoria anche visiva». Proprio perché i nazisti erano consapevoli del valore probatorio delle immagini, il compito oggi è opposto: «far conoscere, far vedere, raccontare».
Davide Nicco, presidente del Consiglio regionale del Piemonte, ha ribadito la necessità di riconoscere le responsabilità storiche dell’Italia fascista, condannando «l’allineamento del regime alle politiche di persecuzione naziste». Domenico Ravetti, presidente del Comitato regionale Resistenza e Costituzione, ha richiamato Auschwitz come «il volto peggiore dell’umanità», sottolineando che il dovere delle istituzioni non può limitarsi alla commemorazione: «Non bastano le corone d’alloro. Ricordare significa praticare ogni giorno i principi che animano le democrazie, far prevalere la diplomazia sulla forza». Per Rosanna Purchia, assessora alla Cultura della Città di Torino, la memoria deve tradursi in impegno nel presente: «Il male non appartiene solo al passato. Questa mostra deve aiutarci a guardare oltre lo sguardo dei carnefici e a restare vigili».
Una contestualizzazione storica è arrivata da Marco Brunazzi, che ha posto l’accento sul rapporto tra Shoah, modernità e fotografia. Le immagini, ha osservato, restituiscono una violenza organizzata secondo logiche razionali e industriali e mostrano «la continuità inquietante tra il male e la sua banalità», interrogando non solo chi scattò le fotografie, ma anche chi oggi le guarda. Giampiero Leo, consigliere della Fondazione CRT, ha sottolineato il valore civile del progetto in un contesto segnato «Ida una crescente indifferenza verso le tragedie contemporanee».
Il ruolo degli archivi come presidi civili è stato richiamato da Stefano Benedetto, che ha sottolineato l’importanza di educare allo sguardo critico in una società saturata di immagini. Nell’ambito del progetto, ha annunciato, studenti universitari saranno formati per accompagnare i più giovani nella visita alla mostra. «Un modo per rendere concreto l’impegno delle nuove generazioni».
Una selezione introduttiva della mostra è stata allestita negli spazi di Palazzo Lascaris, visitabile come anteprima gratuita: un nucleo di immagini e pannelli che anticipa il percorso espositivo e accompagna il pubblico verso l’inaugurazione all’archivio di Stato.

Daniel Reichel