Ha ancora senso, oggi?
Il Giorno della Memoria nacque con il più nobile degli ideali: dare all’unicità della Shoah una calendarizzazione nazionale, europea, internazionale, una sorta di liturgia civile dalla quale scuola, società, istituzioni potessero attingere. Sono anni ormai che mi sono reso conto del collasso della memoria del 27 gennaio nella ben più modesta commemorazione, l’imbottigliamento di eventi correlati a quella data che attingono da una cisterna nella quale tutto quanto abbia vago sentore di memoria trova casa.
Vale la pena ricordare che il mondo ebraico ha già il suo “27 gennaio” ed è lo Yom HaShoah ve HaGevurah che cade il 27 ma del mese di Nissan e coincide con la caduta del Ghetto di Varsavia e la potenza leggendaria della resistenza ebraica. Una resistenza che si guadagnò l’incondizionata ammirazione del mondo e fece tremare la Wehrmacht, miseramente costretta a chiedere rinforzi da Berlino; giusto per comprendere quanto il mondo sia cambiato nei riguardi del popolo ebraico e dello Stato d’Israele.
I numeri parlano, non sono esseri umani ma senzienti al punto che nei Lager li usavano contro di noi, dai 613 ragazzi (quante le mitzvot) del lager di Märzbachtal condotti a gasazione, al 9 novembre 1938 della Notte dei Cristalli, nono giorno del penultimo mese dell’anno civile, come il 9 di Av (Tisha beAv), nono giorno del penultimo mese dell’anno ebraico, che allo scoccare della mezzanotte si riversa nel 10 novembre ossia il compleanno del riformatore cristiano (e antisemita) Martin Lutero; giorno storico colmo di simboli profeticamente ebraici, quel 27 gennaio 1945 era Shabbat, la 60a Armata del 1° Fronte Ucraino composta da militari ucraini agli ordini del generale russo Ivan Konev (quando la Storia ti mescola le carte) entrò alle quattro del pomeriggio a Birkenau, nello stesso giorno in cui nelle sinagoghe si leggeva la Parashà di B’shallach, che narra dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto. Chiediamoci se ciò abbia un senso dopo il 7 ottobre 2023; la mia risposta è no, decisamente no.
Il 7 ottobre 2023 ha azzerato, annullato tutto quello che poteva significare sino a oggi il 27 gennaio e tutto sommato, se il mondo ci ha risposto chiaramente cosa ne pensa in merito, noi non avremmo molto da aggiungere se non riflettere su cosa ci sia sfuggito in questi ultimi sciagurati anni. Una delle ultime canzoni scritte dal musicista ebreo slesiano Hans Krieg a Westerbork recita: «Dove sono i venditori di frutta e fiori? Dov’è il venditore di stracci che passava da qui? Dove sono finiti gli ebrei di Amsterdam?».
Ottant’anni fa qualcuno più saggio di noi lanciava da Westerbork un disperato appello a guardarci intorno perché, quando Amsterdam o Parigi o Londra o Bruxelles diventeranno ebraicamente un deserto e trasformeranno le ultime sinagoghe in musei a pagamento, ci accorgeremo che la catastrofe non è mai finita.
Eppure, i baroni della memoria saranno lì a pontificare, dato che per costoro nulla è più piacevole che parlare di ebraismo senza ebrei fra i piedi. Il tempo ha un suo spazio fisico; e un popolo come quello ebraico, che da tremila anni edifica immense cattedrali nel tempo, ha gli strumenti per accorgersi quanto il 27 gennaio sia ormai un luogo non più abitabile, come un bell’edificio in rovina e abbandonato da chi doveva prendersene cura; è probabile che rimarranno a lungo commemorazioni, eventi, musica e quanto soddisfi i palati di chi si ricorda degli ebrei soltanto quando hanno perso la propria vita anziché quando l’hanno difesa. Al modo della scrittrice Lia Levi, potremmo rispondere ai nostri interlocutori «non meritate (più) il nostro dolore», e si potrebbe rincarare la dose affermando che non daremo a nessuno la soddisfazione di scomparire né forniremo l’alibi per commemorarci manco fossimo etruschi.
Siamo il popolo più vivo e longevo del genere umano, al punto da insegnare la vita stessa agli altri popoli. Su simboli e numeri dovremo ricostruirci e, come siamo sempre stati in grado di fare, potremmo persino decidere di andarcene (simbolicamente) dal 27 gennaio come abbiamo deciso di andarcene (realmente) dal paese d’Egitto o fuggire (realmente) dalla Russia zarista dei pogrom o lasciare (realmente) l’Europa devastata dalla Shoah e salire in Eretz Israel. L’uomo conserva la memoria storica persino dei propri respiri quotidiani, maggiormente di quelli inspirati e trattenuti e ciò vale per un singolo individuo come per i grandi respiri collettivi; dovremmo tornare a respirare ebraicamente insieme e non permettere più la devastazione dei nostri valori (oltre che delle nostre vite), dovremmo iniettare più Israele nella vita quotidiana della Diaspora affinché nessuno venga più ad alitarci addosso mefitici distinguo tra ebrei e Stato ebraico. La memoria non è il muscolo del fisico ma dello spirito e parimenti si atrofizza se non viene usato e si infiamma se è usato male; stiamo vivendo gli anni più infiammati della memoria. Abbiamo uno strumento nelle nostre mani che amo chiamare Maccabismo ossia quell’approccio metastorico, culturale prima ancora che strategico, che ci contraddistingue e che a dispetto di ogni probabilità e statistica ci ha visti riprenderci il Tempio profanato da Antioco Epifane, attaccare l’esercito più forte del mondo nel 1943 a Varsavia, sconfiggere sette nemici nella storia più recente d’Israele e ci ritrova sempre a difendere i nostri tesori etici, religiosi, identitari. Gli uomini hanno passato ottant’anni a recitare stancamente «Mai più» per sbriciolarsi alla prima drammatica prova; a pensarci bene, non dovremmo più aver bisogno di alcun 27, né quello di Nissan né quello di gennaio, oggi il nostro essere ebrei è decisamente altrove.
Nel giugno 1967 scoppiò la Guerra dei Sei Giorni. Nonostante Israele fosse uscito largamente vittorioso dal conflitto, il compositore ebreo polacco naturalizzato francese Szymon Laks, già direttore dell’orchestra maschile a Birkenau e profondamente sionista, smise di comporre.
Anni dopo confidò al figlio che, dopo la Guerra del ’67, scrivere musica aveva perduto per lui ogni significato, il conflitto arabo-israeliano dimostrò che persino dopo la Shoah il popolo ebraico era ancora minacciato, qualcuno desiderava ancora la sua scomparsa e la propria musica non sarebbe sopravvissuta a una nuova aggressione. Una decisione sofferta quella di Laks, frutto di dolori incolmabili e amare sintesi esistenziali; più che comprensibile ma non necessariamente condivisibile. Noi ebrei non facciamo memoria; noi siamo uomini e donne di memoria e questo fa la differenza. La Terra non gira intorno al Sole ma intorno a Gerusalemme e l’ebreo non è l’uomo di ieri ma è l’uomo di domani; perciò, restituiamo, idealmente ma subito, penna e fogli di musica a Szymon Laks.
Francesco Lotoro
(Nell’immagine: Szymon Laks, compositore polacco naturalizzato francese, fu direttore dell’orchestra maschile a Birkenau. Smise di scrivere musica dopo la Guerra dei sei giorni