ROMA – Dalle case alla Storia, presentata campagna Fondazione Museo della Shoah

«Ogni documento può restituire una vita». Parte da questa consapevolezza la campagna “Dalle case alla Storia” lanciata dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma con l’obiettivo di recuperare documenti mai condivisi finora sulla persecuzione antiebraica. «È un momento importante di collegamento tra storia e memoria. La storia si costruisce attraverso documenti e prove», ha ricordato Mario Venezia, il presidente della Fondazione, presentando la campagna nella Sala della Promoteca in Campidoglio. Fotografie, lettere, certificati e diari donati dalle famiglie e accolti dalla Fondazione diventeranno «un patrimonio vivo, accessibile e comprensibile». Un’istanza condivisa dal sindaco Roberto Gualtieri, di cui è stato letto un messaggio di sostegno e apprezzamento all’iniziativa. «La memoria non è astratta, ma si costruisce attraverso tracce concrete», ha dichiarato il primo cittadino nell’auspicare che «le storie non restino chiuse nei cassetti». Per Milena Pavoncello, assessore alle Politiche educative della Comunità ebraica di Roma, «ogni foto e ogni lettera racchiude una voce che può ricostruire la vita di una persona: conservare e condividere significa anche trasmettere verità». D’accordo con lei Giorgio Segré, consigliere della Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia, che ha parlato di archivi e biblioteche come di un «bene culturale di tutta la società italiana». Anche per questo, «fare rete è fondamentale».

Marco Caviglia, responsabile dell’archivio storico della Fondazione Museo della Shoah, ha introdotto il nuovo portale dedicato alle scuole e ai futuri donatori, in cui confluirà parte del materiale raccolto perché «ciò che conservi oggi può raccontare il domani». In tanti hanno però già condiviso fondi di famiglia nel corso degli anni. La Fondazione ha ringraziato alcuni di loro con un attestato. Lorella Zarfati, Ariel Arbib, Nando Tagliacozzo, Attilio Lattes, Marco Di Porto, Ettore Terracina, Alberto Di Consiglio e Niccolò Sagi, introdotti dai giovani volontari che prestano servizio in Fondazione, hanno spiegato il valore per loro di condividere. Tra i donatori c’è anche il 94enne Emanuele Di Porto, il “bambino del tram” salvatosi sui mezzi di trasporto della capitale nell’autunno del 1943 e oggi impossibilitato alla presenza. «Consultate i documenti non solo con la mente, ma anche con il cuore», ha chiesto Terracina ai giovani presenti in sala e collegati a distanza. Di suo zio Piero sopravvissuto all’inferno di Auschwitz-Birkenau e testimone tra i più attivi della Shoah italiana il portale conserva una foto del bar mitzvah, la maggiorità religiosa ebraica.

La campagna si inserisce in una rete di collaborazioni scientifiche con istituzioni e centri di ricerca. Per prima Silvia Guetta, dell’Università degli Studi di Firenze, ha sottolineato il valore aggiunto di «dare agli studenti la possibilità di costruire percorsi didattici autonomi, in una dimensione libera». Manuele Gianfrancesco, dell’Università La Sapienza di Roma, si è soffermato sul progetto in corso nell’ateneo per ricostruire biografie dei docenti espulsi con la promulgazione delle leggi razziste. Un progetto «possibile anche grazie ai racconti di famiglia». Ha concluso Marika Losi, responsabile scientifica della Fondazione Fossoli, con un intervento sul tema “Voci della storia”. Losi ha annunciato che la Fondazione è al lavoro, tra tante sfide, per valorizzare il complesso delle ex sinagoghe di Carpi adiacente ai propri locali.

Adam Smulevich